Omelia - 16 agosto 2020

11^ Domenica dopo Pentecoste

Gesù manda, manda i dodici. Luca nel suo Vangelo allargherà il numero a settantadue, come a ricordarci che l’invito è allargato, allargato a tutti, a noi. Mandati dunque! Apostolo significa “mandato”. Come se al nome e a noi fosse legata questa caratteristica: di non rimanere, di andare fuori. Mandati dove? Per le strade, nelle case. Non per nulla la Messa finisce con questo verbo, che non va banalizzato: andiamo in pace”. Andate dentro la vita, strade e case nella vita feriale, che pulsa e freme nelle case, per le strade. Andate non illudendovi che le situazioni siano facili. “Vi consegneranno”, un verbo che riguarda da vicino la sorte di Gesù, che spesso ai discepoli ricordava che lo avrebbero consegnato. Ma anche nella durezza della vita, persino nella persecuzione, sembra dire loro Gesù, non perdete uno stile. Vi caratterizzi uno stile, il mio stile.

Che forse potremmo identificare in due parole, saggezza e mitezza: “Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Invito dunque a essere “saggi”, come dice il termine, avveduti. Un invito che ci riguarda, un invito a mettere in gioco la nostra intelligenza, la nostra intraprendenza, la nostra capacità di discernere.
Avete capacità, avete maturità, avete intelligenza... usatele!
Usatele per interrogarvi sulle cose. Ma l’intelligenza delle situazioni non si muti in affanno, come se voleste tenere tutto sotto controllo, tutto programmato, tutto nelle vostre mani.
“Quando vi consegneranno non preoccupatevi di come o di che cosa dire, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”.
E compagna della lucidità sia la mitezza. “Vi mando come agnelli”: rimanete agnelli. Non diventate lupi, camminate con la logica della gratuità nella società dell’ingordigia, camminate con la logica del chinarsi sulle cose piccole nella società dell’ostentazione e dell’arroganza: si realizzerà allora, sia pure in parte, il sogno di Dio sulla terra.

Forse anche la vicenda di Elia potrebbe essere letta come un invito a non abbandonare, anche nei contrasti duri dell’esperienza profetica, uno stile che è quello di Dio, uno stile che gli si rivela sul monte. Ma come?
Dentro un rumore simile a un silenzio leggero. Era giunto sul monte Oreb, luogo della grande rivelazione a Mosè. Come vi era giunto? Il suo non era stato certo un pellegrinaggio, più o meno devoto, alla montagna santa. La sua era una fuga, era un uomo in fuga, dopo giorni e giorni di deserto, quaranta giorni. In fuga dalla regina Gezabele che lo cercava a morte per via di quel massacro dei profeti di Baal. Elia li aveva uccisi di mano sua, in nome del Dio di Israele. Era giunto al monte santo dunque, diremmo, con il cuore in gola.

A Elia è concesso di spiare il passaggio di Dio. La voce era risuonata nella grotta di rifugio: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Dove sarà Dio, come passerà Dio? E lui, profeta minaccioso, immagina che Dio debba passare nei segni forti: nel vento impetuoso e gagliardo che spezza le rocce o nel terremoto che squarcia la terra o nel fuoco che la divora. E Dio, no, non è in questi segni grandiosi eccezionali, potenti. Dio è nel sussurrio di una brezza leggera, è in un rumore di silenzio. Fa rumore il silenzio?

Dio dunque dovremo cercarlo nei segni quotidiani. Forse anche per questo ci è difficile cogliere il passaggio di Dio nella nostra vita: è in un rumore di silenzio! E in un rumore di silenzio vuole i figli, li vuole nella mitezza, li vuole semplici come le colombe, lontani dall'intolleranza. Come, scrive Paolo, cui basta la grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.

Vivere da “figli” è possibile in ogni condizione, in ogni ambiente, sotto ogni regime: i Santi ce lo testimoniano: trovare in modi inattesi il modo di essere se stessi in compagnia del loro Signore.

Il vostro parroco, don Mauro

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Assunzione della Beata Vergine Maria - 15 agosto 2020

La festa di oggi ci viene presentata in tutta la sua grandezza dal Prefazio, dove la Chiesa benedice il Padre e gli dà testimonianza dicendo: “In Lei (Maria), primizia ed immagine della Chiesa, hai rivelato il compimento del mistero di salvezza e hai fatto risplendere per il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranzaTu non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita”.

La Regina. In questo tempo estivo in cui molte sono le occasioni offerte all’uomo per alienarsi e cercare nel mondo la vita, ci viene fatto dono di questa festa che ci apre una finestra nel cielo e ci indica in modo pratico e concreto il vero fine del nostro vivere terreno.
Ecco dunque aprirsi “il Santuario di Dio nel cielo”: vediamo Cristo Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo”, e “alla destra la Regina in ori di Ofir”, la sua Vergine Madre. Non poteva conoscere corruzione la carne di colei che, “arca dell’alleanza”, aveva portato in grembo il Verbo di Dio e che non era stata neppure sfiorata dal peccato, né poteva restare nella tomba la madre di colui che era morto ma ora vive per sempre e ha potere sopra la morte e sopra gli inferi. Cristo, il Figlio di Maria, “è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti”. “Primizia” significa il primo, l’iniziatore, colui che ha aperto la strada... e chi gli poteva venire dietro per prima se non colei per mezzo della quale era entrato nel mondo?

Primizia. Ora Maria, in anima e corpo, siede alla destra del Re quale “Regina in ori di Ofir”. E mentre contempliamo nella gloria Cristo risorto, primizia di coloro che sono morti”, guardiamo Maria nella gloria come “primizia” di “quelli che sono di Cristo”.

Anche Noi, per il Battesimo, siamo di Cristo e quindi nostro è quel cielo che oggi si apre per mostrarci “la Regina in ori di Ofir”. E’ vero che, a differenza di Maria, noi siamo nati nel peccato e, anche se rigenerati a vita nuova, la nostra carne in seguito ha conosciuto la debolezza del peccato, ma è altrettanto vero che, proprio per questo, la carne nostra dovrà passare attraverso la purificazione della corruzione del sepolcro, nell'attesa di riunirsi, nell'ultimo giorno, allo spirito ed entrare, trasformata, al seguito di Cristo, nella gloria eterna. Dunque, mentre contempliamo la Vergine Maria assunta nella gloria del cielo, siamo invitati a vedere in lei realizzato ciò che un giorno speriamo di essere anche noi. Forse non ci piace tanto il pensiero che il nostro corpo subirà la corruzione, ma ci consoli la speranza di poter, come Maria, sedere nella gloria ed essere tra le vergini compagne che, “guidate in gioia ed esultanza, entrano insieme nel palazzo del re”.

Ebbe fede. Affinchè queste considerazioni non rischino di diventare poesia, guardiamo brevemente ciò che ha fatto Maria la creatura più vicina a Cristo, quella che, come lui, ha meritato di seguirlo immediatamente in anima e corpo nel suo regno. Dice Elisabetta a Maria: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”; e Maria canta: “Dio ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Ecco le due virtù che hanno reso Maria “alta più che creatura” (Dante): la Fede e l’Umiltà. Fede totale in Dio per cui, come Abramo, “ebbe fede sperando contro ogni speranza” e fu tanto umile da svuotarsi da se stessa per diventare “piena di grazia”. Affinchè la festa di oggi porti in noi frutti di conversione e cominciamo a seguire Cristo, preghiamo la Vergine Regina di ottenerci dal Padre una fede a tutta prova e quell’umiltà che è indispensabile per assomigliare a Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”.

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Omelia - 9 agosto 2020

Di tempio si parla nel primo libro dei Re, il tempio costruito da Salomone; di tempio si parla nella lettera ai Corinzi, il tempio formato da tutti noi; di tempio si parla nel brano di Marco, con Gesù che osserva cosa succede nel tempio. Salomone, da un lato è orgoglioso del tempio che ha edificato, quel tempio che non era stato dato a suo padre Davide di edificare. Lui l’ha edificato, ma nella sua bellissima preghiera non può dimenticare che Dio non sopporta di essere sequestrato, contenuto in mura, è oltre ogni limite.

Salomone non può per onestà nemmeno dimenticare che Dio a suo padre Davide aveva detto senza mezzi termini la sua preferenza, quella di abitare non tanto dentro mura, ma dentro una discendenza, dentro la storia viva di un popolo. Di un popolo che per essere tempio e dimora di Dio deve “vegliare sulla sua condotta”. Un’esortazione che ritroviamo anche nella lettera ai Corinzi, dove Paolo attribuisce alla Chiesa, alla comunità, l’immagine del tempio. Ma mette in guardia i responsabili della comunità dal porre sé stessi come fondamento della comunità stessa, come se la comunità si reggesse su di loro: “Nessuno può porre fondamento diverso da quello che già vi si trova che è Cristo Gesù”.

E così siamo introdotti al brano di Marco. Quello della donna vedova che nel tesoro del tempio fa scivolare silenziosamente due monetine che fanno un soldo. Ci potremmo chiedere che cosa onora e che cosa disonora il tempio. Siamo nel tempio, il tempio di Gerusalemme.

Quel giorno lui si trovava nel tempio e vide una donna, vedova, povera, mettere nel tesoro del tempio tutto quello che aveva. Lui “osservava” come la folla vi gettava le monete. Per Gesù, notate, conta il “come”, non si ferma alla quantità delle monete. Guarda come noi facciamo le cose, con che spirito le facciamo. E mi colpisce, Gesù alla fine del Vangelo – questo è il suo ultimo gesto prima dei giorni che introducono la Passione – lui chiami i discepoli, li convochi a guardare: chiamati a sé i suoi discepoli”.
Ma chiama anche noi. A osservare questa donna, vedova, povera e il suo gesto profumato di silenzio.

Alla fine del ministero, è lei, pensate, a raccogliere l’eredità del suo messaggio, lei, miracolo compiuto del vangelo. Chiama i discepoli, li convoca, perché puntino gli occhi su di lei.
“In verità, io vi dico”: dunque un insegnamento, un insegnamento importante. E mette in cattedra una poveretta. Porta lo sguardo sulla donna e ha appena finito di ammonire perché si distolga lo sguardo dai personaggi che passeggiano per le strade a anche per le mura sacre. Ha appena finito di dire “guardatevi da” come volesse dire, “via lo sguardo da” via gli occhi dalla loro cattedra.
La condanna per loro, dice Gesù, è più severa perché coprono con il nome di Dio la loro vanità, che crea distanza dalla gente comune. Sbandierano il ruolo, ma sono solo apparenza, sono ipocrisia. Nel tempio ci sono, ma non con il cuore. Non sono veri. Nel tempio per grazia, a onorarlo e non a sconsacrarlo, c’è quella donna vera. Lei sì c’è, con la profondità e la verità di se stessa, lei così com’è, c’è con il cuore. Lei silenziosa, lei che non fa cantare l’offerta nel tesoro del tempio. Lei da mettere in cattedra.

Voi mi capite, dentro un mondo che fa questioni di ruoli di successo, di pubblicità, di riconoscimenti, di rilevanza mediatica – esisti se vai in televisione e se non sei là non esisti – dentro un mondo in cui ci si incontra tra maschere, dietro i ruoli, ecco la donna che Gesù mette in cattedra. E perché la mette in cattedra?

“Amen” dice, In verità vi dico: questa vedova così povera ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo, lei invece nella sua miseria vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

Oggi la guardiamo: non sappiamo il nome della donna, ma la guardiamo. Ci sentiamo, io per primo, molto lontani da quel gesto estremo. Eppure, se non siamo spenti, ci affascina, sentiamo che i passi sono da muovere in quella direzione.

Il vostro parroco, don Mauro

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Madonna in Campagna intercedi per noi - 09/08/2020

In queste domeniche di agosto riserveremo qualche minuto a conoscere e comprendere l’evento che noi cristiani, fedeli delle parrocchie di Gallarate, vivremo il prossimo 12 settembre.

Non è ancora terminata l’emergenza sanitaria della pandemia che dal 23 febbraio ha fermato le celebrazioni liturgiche e tutte le attività, chiedendoci di rimanere in casa, per mantenere il distanziamento fisico ed evitare la diffusione del contagio che comunque si è portato via tante persone care.

Vogliamo emettere pubblicamente un VOTO, un gesto che si ispira all’intuizione dei nostri predecessori: nel lontano 1630 fecero voto alla Madonna, presso il Santuario cittadino di Madonna in Campagna, per chiedere la Grazia della guarigione dalla peste.

Il voto è un atto religioso spontaneo con cui il cristiano offre a Dio il suo impegno di conversione, un atto che si traduce nel sacrificio di qualcosa che gli è caro.
Si chiede la Grazia della salute e si chiede insieme la Grazia della salvezza che si esprimono nella carità verso i fratelli.

Faremo un voto per chiedere la Grazia di guarire presto dall’epidemia e da tutti gli altri mali, perché siamo fragili e non sappiamo quanto resisterà nella prova la nostra fede ed anche per non dimenticare la lezione e uscirne con una vita migliore.

E faremo un segno di carità ad indicare che la nostra conversione non è a parole, ma si traduce in gesti concreti.

Prepariamo i nostri cuori!

 

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Omelia - 2 agosto 2020

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Gratitudine e solidarietà

Di Marina Corradi

È qualcosa che sembra non appartenere ai nostri tempi. Ma ad altri, remoti. A Gallarate, 53 mila abitanti, nel Varesotto, le dieci parrocchie della città hanno deciso che faranno un voto, pubblico, per ringraziare della guarigione dal Covid-19; e perché il ringraziamento sia concreto verrà aperta una casa per senzatetto, con il contributo dei fedeli.

Dieci letti, per chi non ne ha nessuno (ne riferiamo nelle pagine di cronaca lombarda). Sì, sembra una cosa d’altri tempi (anche se poi non così strana in un’Italia dove tanti sanno ancora coniugare gratitudine e solidarietà).

Càpita a volte, nelle campagne italiane e non solo, di imbattersi in una piccola antica chiesa, su cui una lapide in latino ricorda: 'per grazia ricevuta' dopo una pestilenza, o una carestia infine superata.

Su quelle lapidi i caratteri sono smussati dal tempo, dal gelo di centinaia di inverni, da evi di pioggia. E anche la data della posa, in cifre latine, ci appare così lontana: 'Anno Domini..' Remoto poi ci appare in verità spesso anche il moto di fede e gratitudine con cui un popolo decideva di erigere, dopo un’epidemia, un luogo dedicato alla Madonna, o a un santo. Perché noi uomini del Terzo millennio sappiamo che le malattie le cura la scienza, e riteniamo ingenuità di secoli bui quella che, del cessato pericolo, ringraziava Dio.

E invece in questo Anno Domini 2020, da una città lombarda prospera e avanzata, a pochi chilometri da Milano, l’annuncio: faremo un voto.

«La pandemia – dice il parroco autore dell’iniziativa – ha messo duramente alla prova la nostra fede e allora vogliamo rivolgerci a Dio chiedendo la grazia della guarigione, mettendo davanti a Lui le cose che abbiamo perso, ma anche quelle che abbiamo salvato, i valori che ci hanno tenuto a galla, impegnandoci in un gesto di carità concreta e duratura».

Un simile voto, i Gallaratesi lo fecero già nel 1630, dopo il passaggio mortifero della peste. Lo faranno di nuovo il 12 settembre prossimo, davanti alla Vergine nel Santuario di Madonna in Campagna.

Fossimo passati da quelle parti solo un anno fa, davanti alla lapide avremmo pensato a Manzoni e a Renzo e Lucia, e quella memoria ci sarebbe apparsa dolorosa ma troppo distante da noi, dalle nostre certezze, per poterla fino in fondo comprendere. Ma, oggi?

Oggi che ricordiamo i giorni della paura, quando il contagio cresceva vertiginosamente, e i letti e i respiratori negli ospedali mancavano, e un virus sconosciuto annientava ogni certezza su 'diritto alla salute' e aspettativa di vita garantita?

Oggi, quando sappiamo che in certi drammatici momenti i medici in alcune corsie hanno dovuto scegliere di curare chi aveva più possibilità di salvarsi – ed è cosa, questa, di cui la nostra generazione non ha memoria, se non dai film sulle trincee delle guerre mondiali?

Oggi che abbiamo visto la morte passare così vicina, quel voto secentesco non ci pare più così altro da noi e ingenuo.

Il gesto delle parrocchie di Gallarate sembra allora il segno di una presa di coscienza, all’interno dell’ampio bacino della Grande Milano.

Coscienza che non siamo padroni della nostra vita, che siamo nelle mani di un Altro, che siamo figli: di un Dio, che questo nostro tempo rinnega.

E già è molto. Che, poi, la gratitudine e la domanda di una comunità cristiana si esprimano in solidarietà, in una casa per gli ultimi, è ancora più bello. Perché è un fare che si colloca nella tradizione del sorgere della carità, quella che costruì i primi ospedali e asili per poveri nel Medioevo. Perché, come ci ripete il Vangelo, l’«ultimo» è figura di Cristo, e quindi dare un tetto agli ultimi è dare un tetto a Dio fra noi.

Ciò che voleva fare Etty Hillesum, giovane ebrea morta ad Auschwitz, nel campo di raccolta olandese di Westerbork: cercare un tetto a Dio, scriveva nelle sue Lettere. Un tetto magari grande solo come il cuore di un uomo. Dio cerca una casa fra noi.

E allora la casa per i clochard di Gallarate è almeno il segno di qualcosa di buono che questo buio inverno ci ha lasciato. Di qualcosa in cui, forse minimamente, questo inverno ci ha cambiato.

Fonte: Avvenire, 24 luglio 2020

Da un “voto” post-Covid una casa per senza dimora

Di Maria Teresa Antognazza

In un momento di prova, dove bruciano le 'ferite' e i vuoti lasciati dall’epidemia da Coronavirus, e si vanno profilando i gravi danni economici, i fedeli di Gallarate hanno deciso di dare un segnale forte.

«Faremo un voto», annuncia il prevosto, monsignor Riccardo Festa: «Sarà un atto non puramente formale o devozionistico, con la semplice promessa di 'essere più buoni', ma un gesto concreto e visibile, da cui non possiamo tornare indietro. Costruiremo una casa per chi non ha un tetto, e dove trovare un’occasione di riscatto e nuova vita. La pandemia ha messo alla prova la nostra fede; vogliamo rivolgerci a Dio chiedendo la grazia della guarigione, mettendo davanti a lui le cose che abbiamo perso ma anche quelle che abbiamo salvato, i valori che ci hanno tenuto a galla, impegnandoci in un gesto di carità concreta e duratura, che sia un memoriale».

Nascerà così 'Casa di Eurosia', intitolata alla giovanissima sposa martire per la fede, co-patrona di Gallarate (vedi anche editoriale in prima pagina): dieci posti per i senza dimora, da realizzare ristrutturando un immobile oggi sottoutilizzato, di proprietà delle parrocchie.

«La casa è uno dei valori fondamentali riscoperti in questo tempo – riprende monsignor Festa. – Ma non tutti ne hanno una, non tutti la sanno gestire come si deve, qualcuno di casa è uscito e non è più tornato. E allora partiamo da questo segno forte, al servizio di tutta la città di Gallarate».

Piano finanziario e modalità di gestione verranno presentati alla città il 12 settembre in occasione del 'voto' ma perché sia davvero concreto tutti i fedeli dovranno mettere mano al portafogli: «Ci impegniamo per tre anni a farla funzionare con circa 40.000 euro, raccolti attraverso donazioni da 1.000 euro di gruppi di persone che si autotassano mensilmente, per esempio destinando gli 80 euro del credito di imposta che abbiamo in busta paga».

La Casa per i senzatetto sarà al momento solo un ricovero notturno, che si collega alle altre opere di carità, le docce e la Mensa del Buon Samaritano, con la presenza di alcune figure educative, per offrire accoglienza e accompagnamento agli ospiti verso una nuova dignità di vita. Il 'voto' per i gallaratesi non è una novità. Lo hanno già fatto in passato, in occasione della peste del 1630, e lo ripeteranno il 12 settembre, solennemente, davanti alla Vergine nel Santuario di Madonna in Campagna. La decisione è arrivata lunedì scorso, quando si sono radunati nella basilica di Santa Maria Assunta i consigli pastorali e degli affari economici delle 10 parrocchie cittadine e hanno approvato il progetto messo a punto da monsignor Festa con gli altri tre parroci della città: don Mauro Taverna, don Luigi Pisoni e don Giovanni Ciocchetta.

Ne è stato informato anche l’arcivescovo Mario Delpini.

Mentre il prevosto ha parlato dell’iniziativa con l’assessore ai Servizi sociali, Stefania Cribioli. «Con questo atto religioso – aggiunge Festa – vogliamo convertirci e cambiare il nostro modo di vivere e relazionarci con gli altri, di pianificare gli investimenti, anche come parrocchie: sono accaduti fatti in questi mesi che non vogliamo cancellare».

Fonte: Avvenire, 24 luglio 2020

Omelia - 26 luglio 2020

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Omelia - 19 luglio 2020

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Omelia - 12 luglio 2020

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Omelia - 5 luglio 2020

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Incontro n°2 - 2020

Ecco il secondo numero del giornalino INCONTRO giugno 2020

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giornalino-incontro-giugno-2020

Omelia - 28 giugno 2020

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