AVVISI - 26 GIUGNO 2022

Vivere dentro – Vivere insieme, Vedere oltre
Il prete l’uomo dai due amori… Di un unico Amore

Ci sono poche parole che fanno la storia della nostra vita e, fra queste, una certamente è “sì”.
Nel mese di Giugno il mio pensiero corre spesso a quel “sì” che ho pronunciato il 16 Giugno del 1979, quando sono stato ordinato prete. E corre al sì dei tanti amici prete che mi hanno preceduto e seguito in questo passo. Voglio cantare la mia infinita gratitudine a Dio e a loro, a tutte le persone che ci vogliono bene e che camminano con noi. E voglio dire ai giovani, ai ragazzi che essere prete oggi è un modo originale, esaltante, felice di essere uomo. Così hanno descritto mons. Tonino Bello, vescovo poeta e profeta, uno dei segni più luminosi della Chiesa italiana degli ultimi decenni, uno dei “fari” per la mia vita di prete: un uomo che visse dentro, un uomo che visse insieme, un uomo che vide oltre. E’ ciò che sogno anche per me!
“La mia vocazione? Non è mia! È una vocazione dal cuore aperto e dalle mani forate, impregnata di preghiera e di adorazione il cui unico recapito è il Tabernacolo”. (mons. Tonino Bello).
Il cuore di un prete deve saper vibrare come se ogni giorno fosse un nuovo mattino di Pasqua, come se ogni giorno il Signore gli mettesse al dito l’anello del figliol prodigo, l’anello della festa. Ogni giorno bisogna saper “indugiare alla presenza dell’Altissimo...” guardare a lungo la Croce, l’Eucarestia, vivere in ‘Amicitia Christi’.
Scriveva Mons. Albert Rouet: “Mi piacerebbe una Chiesa che osi mostrare la sua fragilità. Nel Vangelo non si nasconde che il Cristo ha avuto fame e che è stato stanco. Talvolta la Chiesa dà invece l’impressione di non aver bisogno di nulla e sembra che gli uomini non abbiano niente da darle. Vorrei una Chiesa che si metta ad altezza d’uomo senza nascondere che è fragile, che non sa tutto e che anche lei si pone delle domande”.
Un uomo tessitore di fraternità, di relazioni profonde: questo è il prete.
Uno che vive con, che cammina con, che sa lasciarsi scavare l’anima dalle lacrime e dalla gioia di chi incontra. Uno che cerca di non passare mai accanto ad alcuno con un volto indifferente, con un cuore chiuso. Uno che, come uomo del Vangelo e del Concilio Vaticano II, sa che ha bisogno di tutti e di ciascuno, sa che deve camminare con tutti e con ciascuno. Uno che non possiede facili risposte ma si lascia “inquietare” dalle domande.
Il mio sogno una Comunità pastorale che sia sempre più una comunità fraterna, corresponsabile, missionaria. Dove il Consiglio Pastorale sia “centrale evangelica”, segno forte ed incisivo di corresponsabilità, di comunione e di missione, cuore pensante e propulsore della Comunità, cuore vulnerabile alle ferite dei fratelli.
“Vedere oltre” è il dono e il compito che ci lascia la Pasqua di Gesù, lo Spirito di Gesù. E se si riesce a vedere oltre non ci si lascia scoraggiare e demoralizzare dalle difficoltà del presente.
Vedere oltre è saper vedere “con occhi di gufo”, anche nella notte, oltre la notte. “Se la notte è troppo oscura, segui chi ha gli occhi brillanti. Lui vede già l’aurora”.
Di uomini e donne così, di preti così, con gli occhi brillanti, ne ho incontrati tanti.
Spero proprio che anche sul mio volto ci sia dipinto questo sguardo... Vedere oltre è non ritenere nessuna situazione “a cielo chiuso”, perché si crede nel Risorto. Così deve essere ogni cristiano, ogni prete. Uomo della speranza, della profezia, dell’utopia.
“La speranza cristiana non è domanda di qualcosa: è risposta a Qualcuno. Essa è credibile solo se riesce a misurarsi con il mistero della morte e del male, oltrepassandolo.
Sperare è riconoscere che il cielo e la terra si toccano; e il cielo è credibile solo quando illumina, promuove e riscatta la terra, non quando la demonizza, la dimentica o l’abbandona a sé stessa. La terra può tendere verso il cielo, perché il cielo si è chinato sulla terra.
Tocca a noi far incontrare la grande speranza, che nasce dalla contemplazione dei cieli nuovi e della nuova terra, verso cui fissa lo sguardo la comunità dei seguaci del Risorto, e le piccole attese, figlie di una fragile voglia di futuro, che riemergono faticosamente oltre le disperazioni del presente” (Luigi Alici, già presidente AC.)
In questo mese di Giugno, ormai alla conclusione, chiedo al mio Signore e Maestro e chiedo a ciascuno di voi di aiutarmi a essere un uomo, un prete dai due amori: “Bisogna amare la terra sino in fondo, sino all’ultimo confine, cioè sino al cielo. E bisogna amare il cielo sino in fondo, cioè sino all’ultimo confine, cioè sino alla terra. E allora capiremo che non sono due amori, ma un unico amore”. (Nikolaj Berdiaev).

don Mauro

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60° ANNIVERSARIO OFC ARNATE

Il 25 e 26 giugno festeggiamo insieme i sessant'anni dell'OFC ARNATE!

Ecco in sintesi il programma:
- 25 giugno: ore 16.00 partenza dall'oratorio di Arnate per la visita alla tomba di don Nino Massironi, fondatore dell'OFC, presso il cimitero di Vimercate.
- 26 giugno: ore 10.15 testimonianze e ricordi in oratorio; ore 11.00 Santa Messa concelebrata sul campo sportivo dell'oratorio (in caso di maltempo in chiesa dell'oratorio); ore 12.30 Pranzo; ore 15.00 Finali del torneo di calcio giovanile.

VOLANTINO 

 

GIORNALINO INCONTRO N.2

E' uscito il secondo numero del giornalino INCONTRO.
La copia cartacea la puoi trovare nelle nostre due Parrocchie.
Buona lettura!

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AVVISI - 19 GIUGNO 2022

ABBRACCIATI A DIO E ALLA COMUNITA’

Ho rivisto recentemente il film: “Casomai” di Alessandro D’Alatri, storia di due che si conoscono, si piacciono, si innamorano, si sposano. L’inizio è davvero intrigante. Decidono di sposarsi in chiesa, più per far contenti i familiari che per fede, in una chiesetta speciale, in montagna. Dove però incontrano un prete speciale che, a bruciapelo domanda loro: “Come ve lo immaginate il matrimonio? Preso alla sprovvista lui risponde: Credo una cosa normale... due persone che si vogliono bene... che vogliono stare insieme... fare dei figli... Ma il prete incalza: Queste sono cose concrete! Io vorrei da voi un’immagine, una fantasia, un sogno... Allora ci prova lei a rispondere: sai certe volte mi incanto a guardare la televisione quando ci sono le gare di pattinaggio artistico sul ghiaccio: in genere sono coppie e mi affascinano perché, nonostante siano lamine così instabili, su un terreno scivoloso, mi danno sempre la sensazione di un’intesa perfetta... È una bellissima immagine, complimenti dice il prete. Al momento del matrimonio la richiama: mi è piaciuta molto questa immagine, questo equilibrio continuamente precario, su una superfice insidiosa, dove solo la grande fiducia nell’altro e un allenamento infaticabile possono garantire risultati concreti, giorno per giorno. S. Agostino dice che sono due le cose più brutte che possono accadere ad un essere umano: la prima è condurre una vita senza speranza, la seconda (per me la peggiore) è credere in una speranza senza fondamento. E allora è questo l’augurio che voglio fare ai nostri due pattinatori: costruitevi basi solide, piene d’amore che guardino a un futuro ricco di speranza”.

Non mi sono sbagliato. Non è l’inizio di un articolo sul matrimonio, è proprio l’inizio di un piccolo articolo sul prete.
Due pattinatori sul ghiaccio: una meravigliosa figura di danza, fatta di leggerezza e di forza, di equilibrio, a volte di cadute, fatta di intesa perfetta e reciproca fiducia, di capacità nel seguire la musica.
Si abbracciano poi si lanciano in pericolati volteggi. È una gioia guardarli. Ti fanno sussultare.

Immagino così il prete: abbracciato a Dio e alla sua comunità, “un abbraccio danzante” che genera gioia.
Abbracciato a Dio: a Lui appartieni, è Lui la tua intimità, il tuo tormento, la tua fonte, la tua forza, il tuo canto. Abbracciato alla sua comunità: a lei sei mandato, è lei il tuo tempio, è lei il tuo amore.
Farsi sacerdote “non significa mettersi una divisa fuori, ma un tormento dentro...” così ha scritto quel grande monaco e poeta che è stato Davide Maria Turoldo... Vero!
Il tormento di essere chiamato, tu uomo, tu peccatore, a rendere credibile e visibile l’amore di Dio, la sua misericordia, il suo perdono, la sua instancabile speranza nell’uomo.
Il tormento di essere chiamato a gesti e a parole nei momenti definitivi dell’esistenza: nascita e morte, unione e separazione, amore e odio.

Essere prete; un tormento ma anche una gioia grande, inesprimibile. Il dono di una vita in pienezza.

Ti è dato in regalo “il centuplo quaggiù”. Così capita a me, grazie a Dio, grazie alla mia comunità, che amo con tutto il cuore. E grazie ai “miei” preti collaboratori.

A me e a loro auguro di stare tanto in ginocchio per poter stare in piedi di fronte a tutti...

E per gli auguri rubo le parole a mons. Tonino Bello: “Se vi dicono che afferrate le nuvole, che battete l’aria, che non siete pratici, prendetelo come un complimento. Non fate riduzioni sui sogni. Non praticate sconti sull’utopia. Se dentro vi canta un grande amore per Gesù Cristo e vi date da fare per vivere il Vangelo, la gente si chiederà: ‘ma che cosa si cela negli occhi così pieni di stupore di costoro?’”

don Mauro

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FESTA DELLE FAMIGLIE 2022

SANTE SUBITO!

A Milano verrà celebrato sabato 18 giugno 2022 pomeriggio l'INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE con una festa per tutte le Famiglie, tra spiritualità, spettacolo e testimonianze.
Come Comunità, per festeggiare tutti insieme, ci troviamo sabato 18 giugno alle ore 15.00 presso l'oratorio di Madonna in Campagna e andremo in auto fino al parcheggio di Lampugnano, per poi muoverci con la metropolitana.

L’evento dal titolo “SANTE SUBITO! Famiglie 2022” inizierà a partire dalle ore 17 nelle Piazze S. Alessandro, S. Fedele e S. Stefano a Milano; ci sarà animazione per tutti! Alle ore 19.00 dalle piazze si convergerà tutti su Piazza Duomo dove ci sarà un incontro di due ore in compagnia dell’Arcivescovomonsignor Mario Delpini, per riflettere, pregare e fare festa per e con le famiglie. A condurre la serata sarà l’attore Giovanni Scifoni, volto noto anche per la partecipazione alla serie “DOC – Nelle tue mani”.

L’invito è rivolto a tutti, ai genitori, ai bambini e ai nonni, a chi è in ricerca, ai fidanzati e agli sposi, ai parrocchiani, ai vicini di casa, ai colleghi e amici, alle persone consacrate, agli "operatori pastorali" e a tutti coloro che condividono un pensiero di stima e valore per le famiglie.

Vi diamo un’indicazione del PROGRAMMA:
Nel pomeriggio, a partire dalle 17 le tre piazze del centro città (San Fedele, Santo Stefano e Sant’Alessandro) ospiteranno laboratori, stand e momenti di animazione. In ognuna delle tre piazze si metteranno a tema alcune dinamiche che caratterizzano la vita familiare: il rapporto tra generazioni (piazza Sant’Alessandro), la relazione famiglia e società (piazza Santo Stefano), le relazioni nella coppia (piazza San Fedele). Per i dettagli potete consultare il volantino allegato.
L’animazione delle tre piazze è stata affidata ad alcuni dei movimenti / associazioni che nella diocesi sono impegnati al servizio della famiglia. 

In piazza Duomo dalle 19 ci sarà la proiezione del messaggio del Papa e di quattro video-testimonianze di coppie: un viaggio tra gioie e fatiche della vita familiare. Non mancheranno momenti di animazione: flash mob, intermezzi musicali e teatrali… Uno spazio sarà anche dedicato al ricordo del VII Incontro Mondiale delle Famiglie, svoltosi proprio a Milano nel 2012. La riflessione e la preghiera dell’Arcivescovo chiuderanno la serata.

Vi alleghiamo il volantino e dettaglio delle animazioni in piazza; trovate tutte le informazioni utili alla pagina dedicata nel portale della Diocesi.
Bene, vi attendiamo numerosi a Milano per vivere insieme questo evento e per festeggiare insieme la famiglia!

Federica e Massimo per la Commissione Famiglia

AVVISI - 12 GIUGNO 2022

IL PRETE: UN UOMO FELICE

Giugno è un po’ il “mese dei preti”, è il mese in cui solitamente vengono ordinati i nuovi sacerdoti, è il mese dei loro “compleanni”.
Ecco allora qualche riflessione a cuore aperto.
All’origine di ogni vocazione sta, imponente e splendida, una Presenza: quella di Gesù di Nazareth. Non si può resistere al Suo amore implacabile, dolcemente violento. Per questo l’unica parola possibile è: “Eccomi”!”
Così mi ha insegnato un mio grande maestro, il Card. Renato Corti, che ho avuto come padre spirituale nel biennio al Seminario di Saronno:
“il diventare prete non ha a che fare con la generosità ma con la sequela. Chi diventa prete non si decide innanzitutto per i fratelli, ma per il Dio di Gesù Cristo. La motivazione fraterna non è la più profonda per diventare prete, ma la fede in Gesù Cristo è il fattore decisivo. Sarà Gesù Cristo poi a mandarti ai fratelli”. Sì, innanzitutto è per Lui, solo per Lui che ti fai prete!
“Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo” (Mc 14,3) Un gesto di pura gratuità, di tenera attenzione: è il meglio di quello che hai, per Lui, solo per Lui... È per questo, innanzitutto per questo, che si diventa preti: per Lui, solo per Lui... Con l’intrattenibile desiderio di raccontare a ciascuno, con timore e tremore “Ciò che abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita” (1Gv 1,11).

Il prete: un uomo felice. Credo che la fonte della gioia sia proprio la coscienza di appartenere a Qualcuno, la coscienza di essere amati.
E io mi sento amato dal “mio” Dio e da voi, mi sento custodito “come pupilla degli occhi” dal mio Signore. Felice perché ho incontrato il “centuplo quaggiù”. Sento come un immenso dono la mia vita, la mia vocazione, la mia missione, l’enorme possibilità che ho di incontro, di rapporti personali profondi, di ascolto, di parola, di annuncio e per questo la gratitudine è grande. E prego perché ogni prete si senta così, si lasci amare e abitare da Dio, si fidi ogni giorno smisuratamente di Lui perché, come diceva S, Caterina da Siena: “Mettere la propria mano in quella della Provvidenza è come fidanzarsi alla gioia”.
Prego perché ogni prete sia sempre “prete esclamativo”, come diceva il Santo Curato d’Ars, capace sempre dello stupore e dell’entusiasmo dei primi giorni, capace di vibrare di fronte alla Pasqua di Gesù di Nazareth e al mistero che è ogni persona. Ma da dove il prete può attingere la capacità di una vivacità inesauribile, di una presenza non scontata, di letizia?
Nell’“indugiare alla presenza dell’Altissimo, guardare a lungo la Croce, l’Eucarestia, appoggiare - come Giovanni, il discepolo che Gesù amava – la nostra testa sul petto di Gesù, appassionatamente o a volte disperatamente.
Se dici di sì a Dio, sei sempre tu ma non sei più tuo, sei di un Altro e degli altri: un’esperienza insieme esaltante e lacerante. Così ha scritto Jacques Loew: “Ci si è stabiliti in una vita senza difesa contro il prossimo”.
È proprio questa l’esperienza forte che mi è cresciuta dentro in questi quarantatré anni di sacerdozio. Per poter essere così ho cercato di vivere questa saggia frase: “Trova la tua pace interiore e molti si salveranno al tuo fianco”.

Una pace interiore, quasi sempre salvata, ce mi viene dalla certezza di essere amato e perdonato.
Mi sento al vostro fianco, in cammino con voi, mi sento l’uomo dell’“accompagnamento spirituale” sulla via della libertà, della verità del Vangelo, un po’ suggeritore, un po’ consolatore, padre e fratello, amico. Mi trovo ad essere “samaritano” , mai giudice, cerco di chinarmi con tenerezza verso chi ha la morte nel cuore, chi ha perso la fede, la fiducia in Dio, in se stesso o negli uomini, per rinnovare in loro la speranza, per dire loro l’infinita tenerezza e misericordia di Dio.
È una esperienza entusiasmate ma a volte anche scarnificante perché spesso mi sento tanto piccolo, impotente, inadeguato... e allora mi affido disperatamente ma con tanta speranza alla preghiera, allo Spirito Santo: a lui, oltre che un cuore magnanimo e amante, chiedo luce per saper vedere dentro e oltre, chiedo il coraggio di proporre la strada, difficile ma affascinante e liberante, del Vangelo di Gesù.

Prego allora perché ogni prete sia l’uomo del grazie, sempre stupito delle meraviglie di Dio; uno che crede e aiuta altri a credere; uno per cui il celibato non sia assenza ma presenza: quella di Dio e degli altri. Prego perché ogni prete sia l’uomo delle relazioni profonde, l’uomo della gratuità, del dono, del servizio, sia sempre umanissimo, sovrabbondante in umanità e misericordia, segno della gioia e dell’eccedenza del Vangelo.

Ma... ogni prete porta il suo tesoro in quel vaso di argilla che è lui, così debole, così fragile...
Per questo chiedo scusa se spesso io, noi preti non siamo all’altezza: vogliateci bene e pregate per noi.

don Mauro

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AVVISI - 5 GIUGNO 2022

IL SILENZIO CI CAMBIA COME CI CAMBIA L’AMORE

"Allora Gesù pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero” (Mc 3,9).
Mi ha sempre molto colpito questo versetto del Vangelo di Marco, un Vangelo così sobrio, così stringato, ma ricco di alcuni particolari illuminanti. Mi piace pensare a quella barca come alla barca del silenzio. Ed è proprio del silenzio che vi voglio parlare, mettendoci alla scuola di Gesù. È da Lui che dobbiamo imparare: Lui che è sempre “assediato” da tanta gente da ascoltare, aiutare, guarire... non si ritrae da questo “assedio” ma a volte “scompare”: tiene sempre a pronta una barca per passare all’altra riva, esce al mattino presto, si ritira in silenziosa solitudine. Ed è questa la sua forza, il suo segreto.

Non ho mai dimenticato alcune parole che l’allora card. Carlo Maria Martini aveva rivolto ai preti una ventina d’anni fa:
“Questa è la grande arma di satana oggi: riempire tutti gli interstizi, per cui uno non si metta mai di fronte a se stesso e al suo Dio in un momento di silenzio autentico. Da qui deriva il primo apostolato oggi: quello di insegnare il silenzio. L’uomo d’oggi ha paura del silenzio, ne rifugge e cerca di riempire tutti gli interstizi: quindi si carica di strumenti che non gli permettono di rimanere solo, in silenzio. Questa è una delle caratteristiche più tipiche dell’uomo contemporaneo, del giovane, della ragazza: hanno sempre bisogno di compagnia, di gente, di rumore, di uno dell’altro; non hanno mai un pomeriggio vuoto. Se non c’è niente di previsto sembra che ci sia da soffocare. Bisogna trovare subito una compagnia, poi un’altra e correre perché bisogna riempire”.

Lo possiamo costatare anche noi, ogni giorno. Guardiamoci intorno, mettendo in fila le innumerevoli azioni della nostra giornata, il nostro andar di corsa, il nostro andar di fretta. Imparare il silenzio, insegnare il silenzio: ecco quello che ci è chiesto.
Lì sta nascosto l’essenziale: <Qualcuno chiese a Pinzai, un mistico Zen: “Dimmi ciò che è veramente essenziale, perché ho fretta. Sono un uomo d’affari e per me il tempo è prezioso. Dimmi in parole semplici: cos’è il fondamento, l’essenziale della religione?” Pinzai rimase in silenzio. Il commerciante si sentì a disagio: “Mi hai sentito?” disse, “ti ho chiesto di darmi la parola chiave della religione”. “Io te l’ho data”, disse Pinzai, “ora puoi tornare ai tuoi affari”. “Sei pazzo? Io non ho sentito nulla”. “Ciò che può essere udito non è l’essenziale. Io ti ho dato la parola chiave: è il silenzio. Ora vai, hai fretta”.

Se il silenzio non lo desideriamo, non lo cerchiamo, non lo mettiamo nell’agenda dei nostri appuntamenti quotidiani, rifugge da noi e noi da lui. Eppure, il silenzio è uno dei regali più belli che potremmo farci.

Fare silenzio, tacere, per entrare in noi stessi, per sapersi ascoltare e ascoltare, per diventare profondi e fuggire le banalità, per saper cogliere l’essenziale, per trovare nuova forza, nuova speranza, per saper vedere con gli occhi del cuore, per permettere che gli altri trovino spazio in noi, possano far parte di noi.

“Bisogna risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle parole che ci sono necessarie e questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio”.
Così ha lasciato scritto Etty Hillesum, giovane donna dalla forte genialità e dalla temperi mistica, uccisa dai nazisti nel lager di Auschwitz a soli 29 anni nel 1943 come ci narra mons. Ravasi, ricordando che è dal silenzio che sbocciano le poche parole “necessarie”, quelle che incendiano i cuori, che illuminano le coscienze, che rallegrano la vita.

Il silenzio a cui i cristiani sono invitati è un silenzio “abitato”, è un modo di pregare, è un silenzio legato a una relazione, a un incontro, a una intimità al cui centro sta Dio.
Fare silenzio allora è lasciarsi amare da Dio, è lasciarlo entrare nella nostra vita, nelle nostre scelte, nei nostri amori, nelle nostre preoccupazioni, nelle nostre fragilità, nel nostro dolore, nella nostra gioia.

Per questo abbiamo bisogno di silenzio: perché la Parola si faccia carne. Chi oserà un po’ di silenzio, scoprirà che il silenzio ci cambia come ci cambia l’amore.

don Mauro

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AVVISI - 29 MAGGIO 2022

STARE A CONTATTO CON LA VITA

Fino alla fine, anche quando tutto consiglierebbe di lasciar perdere, Gesù ha parole e gesti per i suoi. Infatti, li raggiunge dove si erano barricati. Lì, spezzando la parola, permette ai discepoli di andare oltre le dicerie diffuse dopo la sua morte.
Consapevole di quello che sta attraversando il loro cuore, Gesù si rende presente per aiutarli a ricordare.
Attraverso le Scritture rilegge la sua e la loro vicenda: a essi, infatti, manca proprio la capacità di comporre i frammenti dell’esistenza alla luce di ciò che la Parola di Dio annuncia.
Così Gesù compie una vera opera di alfabetizzazione.

La nostra è una vicenda in cui Dio è disseminato in ogni piega.
Quando non siamo più in grado di riconoscere le orme del suo passaggio in mezzo a noi, finiamo per leggere la vita come un’esistenza senza sbocco, siamo come chi non ha speranza e, perciò, come unica prospettiva abbiamo la fine di ogni cosa. Nostro compito, fino alla fine, è proprio quello di educarci ed educare a riconoscere le tracce della sua presenza.
Come avremmo bisogno di compiere ciò che Francesco d’Assisi chiedeva di fare sempre, raccogliere cioè, tutte le lettere disseminate lungo la strada perché, diceva, che “con ognuna di esse è possibile comporre il nome di Dio”!
Ciò che era accaduto al Maestro si era abbattuto sui discepoli come un macigno sulle loro aspettative umane.
La loro era una cronaca senza senso: c’era bisogno di qualcuno che aprisse la mente per comprendere il mistero della vita; c’era bisogno di chi aprisse gli occhi per far riconoscere il vero e il bene come splende agli occhi di Dio.

Educare, infatti, significa trasmettere l’arte del collegare, aiutare a stare a contatto con lo smarrimento, andare oltre lo sgomento, vincere il timore, traghettare oltre la paura, tenere insieme ciò che si è appreso e ciò che si vive.
Educare equivale a intuire ciò che si nasconde in una situazione che talvolta può apparire banale o infelice e, tuttavia, mai insignificante. Dopo aver aiutato i suoi alla lettura del vissuto, Luca (Lc 24,36-53) annota che Gesù li condusse fuori.
Non si tratta solo di un movimento fisico, è questione, invece, di abbandonare la sicurezza del chiuso per stare a contatto con la vita, forti di quella nuova lettura appena appresa.
E’ necessario abbandonare le visioni anguste.
L’uscita è diversa dalla fuga: l’uscita, infatti, è per misurarsi con le situazioni, la fuga, invece, per prendere le distanze.

Il gesto della benedizione dice, poi, l’ultimo atto di quella lunga compagnia d’amore vissuta dal Figlio di Dio.
Per nessun motivo al mondo Dio ritirerà il suo sguardo benevolo da questa umanità nonostante abbia dato una pessima dimostrazione di sé.
Il gesto della benedizione accompagna il suo ritorno al Padre: oggi è il compimento del Natale. Nessuno cacciato via, tutti nuovamente ingaggiati per portare l’annuncio del perdono.

Il mistero dell’Ascensione ci ricorda che è dell’amore l’abbassarsi per assumere la condizione dell’amato senza lasciarsi irretire, però, da ciò che c’è di male, così da portare l’altro fuori dalla condizione in cui si trova.

Non potrà ascendere, infatti, chi non ha accettato la difficile arte di discernere e condividere.

don Mauro

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AVVISI - 22 MAGGIO 2022

SE ESISTE L’AMORE ESISTE DIO

Mi hanno sempre stupito, fin da bambino, le persone felici, le persone che amano la vita. Anche ora, da parroco, sono felice quando vedo persone felici! E la felicità più grande sta racchiusa, nascosta nell’amore, nell’amore e nell’essere amati, nel dar vita ai sogni, nel costruire quel che ai più appare impossibile. Vedere, vivere, trovarsi di fronte a un miracolo: il miracolo dell’amore. Quel miracolo che ti fa scoprire che ciò che è più “mio” – il volto, il nome, il corpo – non è, non esiste senza un “tu”.
Quel miracolo che ti fa capace di affrontare la bellezza e la durezza del quotidiano, i figli, la sofferenza, il dolore, la malattia...
Quel miracolo che ti fa capace di perdonare, di ricominciare…
Quel miracolo che ti fa capace di fantasia e creatività... Quel miracolo che fa della vita una danza... Quel miracolo che oltrepassa persino la morte. “Niente è più dolce dell’amore, niente è più forte, più alto o più grande. Chi ama vola, corre lietamente; è libero e non trattenuto da nulla”, così recita “l’imitazione di Cristo”.

C’è un libro che in Italia è uscito più di cinquant’anni fa:
“L’arte di Amare” di Eric Fromm. L’ho letto, riletto, fatto conoscere ai giovani che ho incontrato sul mio cammino. Credo sia una pietra miliare. E nonostante i suoi cinquant’anni non è affatto invecchiato.

Voglio proporti questa pagina significativa:
La gente non pensa che l’amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d’amore, felice o infelice, ascolta canzoni d’amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare, in materia d’amore. La maggior parte della gente ritiene che amare significhi ‘essere amati’, anziché amare. La gente ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, o dal quale essere amati, sia difficile.
Invece... l’amore non è un sentimento al quale ci si possa abbandonare senza aver raggiunto un alto livello di maturità. L’amore è un’arte così come la vita è un’arte: se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l’ingegneria.
Ma, oltre a conoscere teoria e pratica non deve esserci al mondo nient’altro di più importante. L’amore infantile segue il principio amo perché sono amato. L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L’amore immaturo dice : ti amo perché ho bisogno di te.
L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo”.

Forse è proprio questo che ciascuno di noi deve imparare: l’amore non è un destino, l’amore è un’arte e chi ama deve imparare, ogni giorno un po’ di più, con un allenamento senza fine, a essere un artista, un danzatore...
Un uomo e una donna chiesero a Dio : “Cos’è il matrimonio?”
Dio rispose: Un bel legame tra noi tre”.
L’ha scritto anche Christian Bobin, nel suo libro Resuscitare: “Se Dio non si trova nelle nostre storie d’amore, allora le nostre storie sbiadiscono, si sgretolano e crollano. No è essenziale che Dio venga nominato. Come non è indispensabile che il suo nome sia conosciuto a coloro che si amano: basta che queste persone si siano incontrate in cielo, su questa terra. Se non respiriamo più in cielo, soffochiamo nel nulla”.

Pregare è respirare il cielo. Pregare è ricevere il cielo, è ricevere l’amore che ci è donato, l’amore di Gesù, il Signore crocefisso e risorto, forza e speranza per la vita. Pregare è rendere possibile l’impossibile. Il cielo, l’amore sono la vita di Dio in noi. Sono il respiro di Dio, il soffio di Dio che viene dall’alto e ci è donato. Lo stesso soffio che alita l’angelo che sta nel quadro di Chagall “Doppio ritratto”. Un meraviglioso dipinto che sembra stravolgere ogni consuetudine... è la donna che porta sulle sue spalle l’uomo ... un angelo è sopra di loro, quasi a custodirli, a farli volare ancora più felici, su di loro alita il suo spirito. I colori che dominano sono quelli della gioia.

Mi è tornata alla mente una battuta indimenticabile di Roberto Benigni che così dice di sua moglie: “I miei genitori mi hanno fatto scendere dal cielo alla terra, Nicoletta dalla terra mi ha riportato in cielo”.

C’è nell’amore un bagliore, un seme di eternità e di infinito. Una battuta attribuita a Pascal è folgorante al riguardo: Se esiste l’amore, esiste Dio”. Io ci credo.

don Mauro

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CAMMINATA IN MEZZO AL VERDE

Dal 22 al 29 maggio si celebra la Settimana “Laudato si’”.

È una bella occasione per dare voce e vita all’enciclica che Papa Francesco ha scritto nel 2015 e che si apre con queste parole: “«Laudato si’, mi’ Signore», cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia”.

Vogliamo vivere la Laudato si’ proponendo una camminata insieme e lasciandoci abbracciare dalla bellezza dei prati, degli alberi, dei fontanili, degli uccelli e degli altri animali che incontreremo al Montediviso.

Vi aspettiamo!

LINK PROGRAMMA

AVVISI - 15 MAGGIO 2022

MARIA: l’invito alla gioia (Luca 1, 26-38)      

Mi sono domandato: quale gioia raccolgo da questo Vangelo?
Partendo da questo brano notissimo dell’Annunciazione vorrei indicare tre strade di gioia che ci suggerisce Maria.

Innanzitutto, il testo di Luca ci parla della gioia come dono da accogliere e non come l’esito dei nostri sforzi o del nostro impegno. Maria riceve l’invito dell’angelo a rallegrarsi non dopo un lungo tirocinio, o un lento apprendistato, o un severo cammino di conversione. Lo riceve e basta, così com’è, nella situazione in cui si trova. È una gioia non collegata a un duro lavoro ascetico che alla fine permette di raggiungere buoni risultati, ma semplicemente alla sorpresa per il bene di cui è stata fatta oggetto; una sorpresa, peraltro, non priva di timore e turbamento.

In secondo luogo, Maria ci rivela la gioia di essere innamorati.
Viene definita “promessa sposa”. Con un passaggio un po’ ardito potremmo chiamarla “giovane innamorata”. E chi di noi nella vita è stato o è ancora innamorato conosce bene la leggerezza e la grazia, la bellezza e la passione in cui l’amore ti getta, ti porta, ti conduce, ti travolge. Maria è gioiosa perché è innamorata.

Infine, Maria ci rivela la gioia pacificata di chi decide di mettere la propria vita nelle mani di Dio. È la gioia di chi si consegna, di chi si fida ed impara a dire di sì. “Eccomi, ci sono, avvenga in me, per me, quanto tu hai detto”. La gioia del dono di una vita.

Quale gioia raccolgo, oggi, da una parola così? Quale felicità possibile per la mia vita?
È una parola che leggo volentieri all’inizio di ogni giorno, di un itinerario, di un cammino. Mi regala prima di tutto la gioia di credere che la Parola di Dio e la sua grazia precedono ogni mio sforzo. Molto spesso rischio di trasformare la vita in una corsa folle per raggiungere obiettivi, per ottenere risultati.

La vita di fede stessa diventa un martellamento incessante di cose da fare o addirittura di prestazioni (inutili!) da offrire al Padreterno, come se fosse lui ad averne un disperato bisogno, e non il mio orgoglio o la mia autostima. Perfino il lavoro pastorale finisce per diventare un labirinto di organigrammi e di progetti, di iniziative e di eventi dei quali alla fine rimane poco o nulla, se non un grande senso di sfinimento e il sollievo perché sono finiti.
Di gioia nemmeno l’ombra.

Rileggere una pagina così all’inizio di un nuovo giorno mi rende più sereno, mi conduce ad essere disposto ad accogliere un dono e a lasciarsi raggiungere da Dio prima ancora che cercare di arrivare a lui con i miei sforzi. A volte sento il bisogno di cancellare per un istante tutti i miei buono propositi per chiedere soltanto la quiete necessaria per lasciare spazio allo Spirito e alla sua opera.
Ma chiedo anche, insieme a tutto questo, la grazia di sentirmi innamorato. Perché è una grazia che purifica dal peccato e dal disamore. Basta riscoprirsi innamorati, o perlomeno desiderare di esserlo.
Ricordo ancora con emozione il racconto di una donna, che dopo un lungo periodo di fatica col proprio uomo lo aveva finalmente ritrovato e riscoperto. Non era più distante, ansioso, distratto. Era tornato “lui”, era di nuovo innamorato. E lei lo aveva accolto semplicemente così, dicendogli queste parole: Bentornato da me”. Oggi vorrei raccogliere la gioia dalla bocca di Dio, che mi dice: “Ti aspettavo. Bentornato da me”.

Infine, raccogliamo da Maria la gioia di chi decide di nuovo per il Signore, e affida la propria vita alle sue mani. Sappiamo bene che il “sì” detto a Dio ha bisogno di essere rinnovato, che la consegna della nostra esistenza a lui chiede la fedeltà dei giorni, la pazienza di ricominciare. Vogliamo rinnovare la gioia di dire sì, di vivere per lui, con lui, in lui.

Scrive Karl Rahner, in una bellissima preghiera:
“Dio della mia missione! Io non posso essere annoverato fra quei tuoi apostoli che sono sempre sicuri di sé e hanno sempre la vittoria in cuore. A me concedi piuttosto di far parte di quei tuoi umili messaggeri i quali, riconoscenti per la tua grazia che è potenza nella debolezza, si stupiscono quando vengono accolti dagli uomini. Fa’ che il mio cuore tremi di gratitudine. Che la tua forza sia sempre vittoriosa nella mia debolezza, se a te piacerà”.

don Mauro

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