Avvisi - 22 novembre 2020

IL FUTURO E' L'AVVENTO

E a noi che cosa manca? Potrebbe essere questo l’interrogativo con cui entriamo nel nostro Avvento da poco iniziato. A noi che cosa manca?
In fondo, dobbiamo riconoscere che, dal punto di vista materiale, non ci manca nulla.

Eppure, questo tempo liturgico “forte”, ha l’intento fondamentale di ravvivare in noi la speranza d’incontrare il Signore, unica realtà necessaria (Lc 10,42) verso cui anela la nostra sete insaziabile di vita eterna. “Calamitati” verso il Signore Risorto (Gv 12,32) esprimiamo al Signore il nostro desiderio di Lui.

Spesso rapiti da mille impegni quotidiani e distratti dai beni di questo mondo, di cui pure abbiamo bisogno per vivere, anche noi, credenti in Cristo, siamo chiamati a riscoprire, ogni anno, di nuovo, di essere “stranieri e viaggiatori sulla terra”, in cammino verso la Città del Dio vivente.
Ma più radicalmente ancora, ci accorgiamo con rinnovato stupore che al termine del nostro pellegrinaggio terreno saremo preceduti dall’amore incondizionato di Dio. Con la rapidità di un ladro nella notte (Mt 24,43; Lc 12,39), ma soprattutto con l’amore vicendevole del Padre che corre incontro al figlio prodigo sulla strada del ritorno (Lc 15,18), il Signore glorioso ci sorprenderà, lungo il cammino della vita. Verrà Lui ad accoglierci e ad accompagnarci alla meta della nostra speranza: la comunione eterna con Dio.

L’invocazione principale dell’Avvento è quindi: “Marana tha: vieni, o Signore!
Tempo di speranza nella venuta definitiva di Cristo glorioso, l’Avvento è anche il tempo della nostalgia. Nostalgia del Totalmente-Altro, il quale, più di duemila anni fa, si è fatto paradossalmente “Dio-con-noi”.
La nostra speranza si radica saldamente nella memoria di un fatto: nell’Incarnazione del Figlio, Dio ci ha amato per primo.

Tempo della speranza nel ritorno glorioso di “Colui che è, che era e che viene”, l’Avvento è anche il tempo della profezia, ossia della capacità di discernere, sotto la guida dello Spirito Santo, i segni della venuta del Signore nella nostra quotidianità.
“Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza... soffriamo una profonda crisi di desiderio”.

L’Avvento e il Natale rappresentano il caso serio della esistenza”; si tratta di un avvenimento straordinario: “l’inabitazione” di Dio tra gli uomini. C’è insomma, nella storia, una continuità secondo ragione, che è il “futuro”; e c’è una continuità secondo lo Spirito che è “l’Avvento”.
E’ il totalmente nuovo, il futuro che viene come mutamento imprevedibile.

Mettere al centro delle attenzioni pastorali il povero, è Avvento!
L’Avvento diventi quest’anno il tempo per sottolineare che come l’uomo attende il ritorno del Signore, così il Signore attende il ritorno dell’uomo: ritorno che si potrà realizzare con la preghiera, con una vita di povertà, di giustizia, di limpidezza, di trasparenza, di amore, e con una forte passione di solidarietà.

Il vostro parroco, don Mauro

Avvisi - 15 novembre 2020

GESU’ VERITA’ DELLA STORIA

L’Avvento di Rito ambrosiano inizia prima di quello romano, proponendo un itinerario de sei settimane e una misura di quaranta giorni a somiglianza della Quaresima. Non dovremmo perdere di vista questo parallelo, evidente anche nel colore delle vesti liturgiche: attendere il Signore significa disporre noi stessi a un accoglimento fecondo, liberandoci di ciò che ci impedisce di guardare con libertà alla verità del nostro essere, per diventare invece, come Maria, dimora accogliente e grata di una Parola che si è rivolta a noi gratuitamente.

Per questo “nell’Avvento il popolo cristiano si dispone a rivivere la ‘pienezza dei tempi’ alla luce dell’attesa escatologica, che orienta il cammino dei credenti nella storia e li guida verso il loro definitivo riscatto nel trionfo glorioso del Signore” (Premesse al Lezionario ambrosiano, n. 101).

Le pagine della Sacra Scrittura proposte in questo tempo sono talvolta impegnative e ricche di richiami complessi; è utile, perciò, porre attenzione a un elemento di novità, introdotto con il Nuovo Lezionario e che iniziamo a conoscere: l’indicazione, per le varie domeniche, di un “titolo”. Esso consente di capire con maggior immediatezza quale sia il contenuto di fede che maggiormente emerge dall’insieme dei brani presenti quel giorno, e quale tesoro ci è consegnato all’ascolto, di noi come singoli credenti, e della comunità nel suoi insieme.

Con l’Avvento, siamo chiamati a ridiventare discepoli dell’attesa; non nascondiamo al nostro cuore le domande più difficili che l’esistenza ci pone davanti, certi e quasi ansiosi di ascoltare dal nostro Signore l’unica Parola che rasserena, dà gioia, e ci lascia inquieti dell’altro.

Il Signore viene! Con questa proclamazione si apre il tempo liturgico dell’Avvento. Ce lo ricordano i brani biblici di questa prima domenica, attraverso un linguaggio difficile e impegnativo. I testi del profeta Isaia e dell’evangelista Marco, usando il genere apocalittico, non intendono suscitare paura, ansia, o smarrimento per la venuta del Signore. Essi sottolineano invece le urgenze del tempo presente e invitano a viverle nella speranza cristiana. Ecco allora che siamo invitati ad affrontare le vicende della storia, anche quelle più difficili che portano persecuzione e sofferenza a causa del Vangelo. La fedeltà e il coraggio nelle persecuzioni e soprattutto la prontezza e la vigilanza sono gli atteggiamenti dei “testimoni di Gesù risorto” , speranza del mondo.

Maranatha: vieni Signore Gesù! E’ la preghiera per eccellenza dell’Avvento. Con questa invocazione nel cuore siamo chiamati a leggere la storia in cui viviamo e ad assumerla con responsabilità. “Discernimento spirituale e azione evangelica” sono gli elementi essenziali della vigilanza cristiana affidata a ciascuno di noi chiamati oggi a dare testimonianza del Vangelo negli ambienti di vita e a edificare la Chiesa locale nel segno della corresponsabilità missionaria.

Buon cammino di Avvento.

Il vostro parroco don Mauro

Avvisi - 8 novembre 2020

Una carità gratuita, intelligente e concreta

Alla fine dell’anno liturgico siamo invitati a contemplare la regalità di Gesù. Per noi significa prestigio, potere, autorità... ma Gesù ha rifiutato tutto questo. Egli è re perché serve, e non perché si fa servire. Perché svela che la vera potenza non è quella del denaro, delle armi e della prevaricazione, ma dell’amore. Gesù è un re che anche da giudice rimane fedele alla logica che ha guidato la sua esistenza: giudica sull’amore.
Il suo giudizio non avviene al termine di un processo: nel Vangelo non c’è interrogatorio. Viene solo presentata la sentenza, perché tutta la nostra vita è il luogo del processo: noi raccoglieremo nel giudizio il frutto di quanto seminato qui e ora, scegliendo la via dell’amore o dell’indifferenza e dell’egoismo. Ecco perché il problema non è tanto conoscere la prospettiva di come si svolgeranno gli eventi finali, bensì la scelta di come viviamo il nostro oggi.
Oggi, in modo ancor più consapevole, siamo invitati a capire che nel cristianesimo la verità non è un concetto astratto, ma la rivelazione del disegno di salvezza di Dio a opera di Gesù; più semplicemente la verità è una persona, Gesù Cristo. Il Regno di Dio si riscontra nelle opere di misericordia attuate verso i deboli, gli ultimi, gli esclusi: è l’amore del Padre nei confronti dell’uomo suo Figlio, la vittoria del bene sul male e della vita sulla morte e l’intervento di Dio nella storia attraverso le parole e le opere di Gesù.
Nella nostra realtà attuale la verità è diventata un difficile esercizio di discernimento: su molti fatti di cronaca o aspetti della vita conosciamo solo verità parziali. Ma se la verità esiste ed è Gesù, allora la verità siamo noi quando accogliamo la testimonianza di Gesù, re di verità, lottando contro la falsità, anzitutto contro quella che ci portiamo dentro, come ogni uomo. Il Vangelo denuncia soprattutto il peccato di omissione, un peccato dimenticato, ma che in realtà è il grande peccato. Il Vangelo ancora una volta invita a non accontentarci di non fare il male, ma a una carità gratuita, intelligente e concreta.
Innanzitutto, la solidarietà è gratuita, va fatta principalmente per il bene dell’altro. Ma la carità è intelligente: sa leggere e ascoltare il bisogno.
Noi invece spesso diamo da mangiare a chi è nudo, da bere a chi ha fame, Ai nostri figli che hanno bisogno della nostra presenza diamo l’iPhone e i soldi. La carità vera sa leggere i reali bisogni degli altri. La carità è concreta, non virtuale. Gesù non ha incontrato categorie di persone, ma persone in carne e ossa. Oggi va di moda fare offerte con un Sms o un bonifico. Il rischio è che così viviamo una solidarietà a distanza, una carità che non incontra i poveri. Certo, ci sono situazioni a cui noi non possiamo arrivare, però non dimentichiamo che la carità è di tutti, che ogni cristiano dev’essere capace di solidarietà concreta.
Il Vangelo ci pone una domanda: conosciamo e aiutiamo concretamente almeno un povero, che sia un amico, un parente o un vicino di casa?
E se non conosciamo nessuno, dobbiamo andare a conoscere i poveri impegnandoci nel volontariato. Vivere una carità gratuita, intelligente e concreta, questa è la vera regalità!

Il vostro parroco, don Mauro

Avvisi - 1 novembre 2020

L'INTIMITA' CON CRISTO

Mi sono domandato: che cosa significa stare con Gesù? Ho risposto: vivere con Gesù significa avere con Lui un rapporto intimo, rendere vera e sentita la sua presenza nella vita. Essere “con” qualcuno esige una relazione personale. Questo mi ha portato subito a formulare un altro interrogativo: Gesù è per me una persona o solamente un personaggio, una personalità?

Senza sviluppare una relazione esistenziale tra me e Lui Egli rimane esterno a me, tocca la mia mente, ma non entra e non riscalda il mio cuore.
E devo confessarlo, nella mia vita di sacerdote, un rapporto intimo con Gesù deve avere assoluta priorità.
Ho sperimentato, e tutt’ora sperimento che grande coraggio e sicurezza viene dal fare ogni cosa con Gesù, sentendolo presente in ogni situazione. Quel suo “Io sono con voi tutti i giorni” significa anche: “Io sono con voi in ogni situazione, in ogni problema”.

Pensiamo a due sposi novelli profondamente innamorati l’uno dell’altro. Durante il giorno, ognuno dei due è occupato, dentro e fuori casa, a fare le proprie cose, ma tutti sanno dov’è il loro cuore e dove corrono i loro pensieri appena sono liberi dalle preoccupazioni del momento. Così dovrebbe essere tra noi e Gesù! Ecco allora che la preghiera diventa ed è il mezzo privilegiato per coltivare una relazione personale con Gesù. Luca è l’Evangelista più attento a rivelarci il Gesù assorto in preghiera.

Al capitolo 5 del suo Vangelo leggiamo: “Folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie, ma Egli si ritirava in luoghi deserti a pregare. (Lc. 5,15-16). La congiunzione avversativa “ma” è molto significativa. Crea un contrasto tra la folle che preme intorno alla volontà di Gesù di non lasciarsi sopraffare da essa al punto di tralasciare il suo dialogo con il Padre celeste. Questo ci suggerisce che quando l’attività ci assorbe maggiormente, la preghiera non deve cessare, deve continuare in profondità, anche se in modo inconscio.

La preghiera continua, o preghiera di desiderio, non deve mai farci trascurare il bisogno vitale che abbiamo di tempi fissi di preghiera possibilmente in luoghi solitari, come faceva Gesù.

Dobbiamo allora ripensare il nostro rapporto tra preghiera e attività.

Per Gesù preghiera e azione non erano separate. Egli di notte pregava il Padre e di giorno faceva ciò che gli era stato rivelato nella preghiera.
A volte pregando avviene una cosa strana; le parti si invertono, Dio diventa colui che prega e tu colui che è pregato. Ti sei messo in preghiera per chiedere qualcosa a Dio e, una volta in preghiera, ti accorgi a poco a poco che è Lui, Dio, che stende la mano a te chiedendoti qualcosa.

Sei andato a chiedergli di toglierti quella spina nella carne, quella croce, quella prova, di liberarti da quell’ufficio, da quella situazione, dalla vicinanza di quella persona... Ed ecco che Dio ti chiede proprio di accettare quella croce, quella situazione, quell’ufficio, quella persona.

Una poesia di Tagore aiuta a capire di che si tratta.

E’ un mendicante che parla e racconta la sua esperienza. Dice più o meno così:

“Ero andato mendicando di uscio in uscio lungo il sentiero del villaggio, quando in lontananza apparve un cocchio d’oro. Era il cocchio del figlio del Re. Pensai: questa è l’occasione della mia vita e mi sedetti spalancando la bisaccia, aspettando che l’elemosina mi venisse data, senza che neppure la chiedessi, anzi che le ricchezze piovessero persino in terra attorno a me. Ma quale non fù la mia sorpresa, quando, giunto vicino, il cocchio si fermò, il figlio del Re discese e, stendendo la mano diritta, mi disse, ‘Che cosa hai da darmi?’. Qual gesto regale fu quello, distendere la tua mano! ...Confuso ed esitante, presi dalla bisaccia un chicco di riso, uno solo, il più piccolo, e glielo porsi. Che tristezza però, quando, a sera, frugando nella mia bisaccia, trovai un chicco di riso d’oro, ma uno solo e il più piccolo. Piansi amaramente di non aver avuto il coraggio di dare tutto”.

Il caso più sublime di questa inversione delle parti è proprio la preghiera di Gesù nel Getsemani. Egli prega che il Padre gli tolga il calice, e il Padre chiede a Lui di berlo per la salvezza del mondo. Gesù dona non una, ma tutte le gocce del suo sangue e il Padre lo ricompensa costituendolo, anche come uomo, Signore dell’Universo.

Cari parrocchiani, cominciamo il giorno con un tempo di preghiera e di dialogo con Dio, così che le attività e gli impegni del giorno non finiscano per prendersi tutto il nostro tempo e noi arriviamo a quel punto al quale S. Bernardo ammoniva il papa del suo tempo di non arrivare mai: la durezza del cuore.

Il vostro parroco, don Mauro

 

Consiglio Pastorale - 19 ottobre 2020

Ecco in allegato il verbale del Consiglio Pastorale della Comunità Pastorale "Maria Regina della Famiglia", tenutosi il 19 ottobre 2020.

Avvisi - 25 ottobre 2020

L'ADORAZIONE EUCARISTICA

La settimana da poco trascorsa ci ha visti impegnati in alcuni momenti di “adorazione”; al termine delle S. Messe del mattino, ad Arnate e a Madonna in Campagna abbiamo esposto l’Eucaristia per contemplarla, per sostare nel silenzio interiore, per stare in intimità col Signore.
Sant’Agostino diceva che nell’Incarnazione “Maria concepì la Parola prima nel suo cuore e poi nel suo corpo” e l’evangelista Luca nel suo Vangelo scrive: “Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19); presentandoci Maria la Madre di Dio quale modello più perfetto della contemplazione eucaristica. Pensavo: così dovrebbe essere di chi riceve l’Eucaristia. Anche lui dovrebbe ricevere Gesù nel suo cuore, dopo averlo ricevuto nel suo corpo, e ricevere Gesù nel cuore e nella mente vuol dire pensare a Lui, avere lo sguardo dell’anima rivolto a Lui, “fare memoria” di Lui. Stando calmi e silenziosi davanti all’Eucaristia, si percepiscono i suoi desideri a nostro riguardo, si depongono i propri progetti per far posto a quelli di Cristo, la luce di Cristo penetra a poco a poco, nel cuore e lo risana.

Un nostro poeta, Giuseppe Ungaretti, contemplando forse un mattino in riva a mare il sorgere del sole, ha scritto una poesia di due soli brevissimo versi, quattro parole in tutto: “M’illumino di immenso”. Sono parole che potrebbero essere fatte proprie da chi sta in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Ma l’adorazione eucaristica è anche una forma di evangelizzazione tra le più efficaci. Molte parrocchie e comunità che l’hanno messa nel loro orario e programmazione ne fanno l’esperienza diretta. La vista di persone raccolte in adorazione silenziosa davanti a Santissimo spinge i passanti ad entrare e dopo aver sostato qualche momento a esclamare: “Qui c’è Dio!”. Proprio come sta scritto che avveniva nelle prime assemblee dei cristiani. (1 Cor. 14,25). La contemplazione cristiana non è mai a senso unico. Non consiste nel guardarsi, come si dice, l’ombelico, alla ricerca del proprio “io profondo”. Essa consiste sempre in due sguardi che si incrociano. Faceva perciò ottima contemplazione eucaristica quel contadino della parrocchia di Ars che, interrogato dal Santo Curato cosa facesse venendo così spesso in chiesa rispose: “Niente, io guardo Lui e Lui guarda me!”.

Se a volte si abbassa e viene meno il nostro sguardo, non viene mai meno, però, quello di Cristo. La contemplazione eucaristica si riduce, talvolta, semplicemente a tenere compagnia a Gesù, a dargli un po’ del nostro tempo, che è la cosa che noi mortali abbiamo “in esclusiva” e di cui siamo tanto avari. E’ un accogliere l’invito rivolto da Gesù ai discepoli nel Getsemani: “Rimanete qui e vegliate con me” (Mt 26,38).
La contemplazione eucaristica non è dunque impedita, dall’aridità che a volte si può sperimentare, sia essa dovuta alla nostra dissipazione, sia invece permessa da Dio per la nostra purificazione. Gesù ha a disposizione l’eternità per far felice noi; noi non abbiamo che questo breve spazio di tempo per far felice Lui: come rassegnarci a perdere questa occasione che non tornerà mai più in eterno? Contemplando Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia, noi realizziamo la profezia fatta al momento della morte di Gesù sulla croce: “Guarderanno a colui che hanno trafitto”(Gv 19,37).

Anzi, tale contemplazione è essa stessa una profezia, perché anticipa ciò che faremo per sempre nella Gerusalemme celeste. Alla base di tutto c’è certamente la vita sacramentale, ci sono i “misteri”, che ci mettono in contatto immediato e oggettivo con la salvezza operata da Dio in Gesù Cristo una volta per tutte. Ma da soli non bastano a far progredire il cammino spirituale: è necessario che alla vita sacramentale si affianchi una vita interiore, o di contemplazione.

 

don Mauro

Avvisi - 18 ottobre 2020

LO SPIRITO SCENDE SU DI NOI

Al termine del tempo che gli Apostoli passarono “con Gesù” nella sua vita terrena, potremmo rimanere sorpresi, vedendo lo scarso progresso che essi avevano fatto. Nell’orto degli ulivi erano stati incapaci di vegliare con Lui un’ora sola; fino all’ultima cena ancora stavano lì a discutere chi fosse il più importante tra loro e durante la Passione erano fuggiti. Che cosa mancava ancora alla loro formazione e come mai pochi giorni dopo li ritroviamo completamente cambiati e pronti a dare la vita per il Maestro?

La risposta è la Pentecoste, il dono dello Spirito Santo! (Atti 2,1-4)

Quando lo Spirito Santo viene e prende possesso del cuore, allora avviene un cambiamento. Dio, del resto, non si limita più a comandare di fare o non fare, ma fa Egli stesso con lui e in lui le cose che gli comanda. La legge nuova che è lo Spirito è ben più che una “indicazione” di volontà; è una “azione”, un principio vivo e attivo. E questa legge nuova che è lo Spirito agisce attraverso l’amore!

La legge nuova altro non è se non quello che Gesù chiama il “comandamento nuovo”. Questo amore è l’amore con cui Dio ama noi e con cui fa si che amiamo Lui.

In questa Domenica, questo dono dello Spirito si rinnova nella nostra Comunità pastorale. Nel Sacramento della Confermazione scende su questi 72 ragazzi lo Spirito Santo come nel giorno di Pentecoste, offrendo loro la forza di essere uniti nella nostra Comunità e con tutti i cristiani sparsi nel mondo. Per un ragazzo e una ragazza lo Spirito nella Confermazione conferisce il dono di una più profonda appartenenza alla Chiesa: dal gruppo e con il gruppo un modo nuovo di presenza nella Comunità cristiana e di partecipazione alla sua missione. L’intera esistenza è un dono. Che cosa è nostro, che non abbiamo ricevuto?

La vita, la fede, un nome, le persone che ci vogliono bene...
Con gli anni, mentre si cresce, si impara che non basta ricevere: occorre con responsabilità fare delle scelte personali e convinte.

Tu, cresimando, con il sacramento che oggi ricevi, questo, lo stai sperimentando sulla tua pelle.
Tra i doni ricevuti, la fede cristiana è certamente uno dei più importanti. I tuoi Genitori, con una scelta responsabile hanno chiesto per te, alla Chiesa il Battesimo; hanno professato la fede nel Signore Gesù e si sono impegnati a educarti secondo il Vangelo. Oggi, non sono più i Genitori, ma Tu stesso che, prima di ricevere i doni dello Spirito, devi esprimere in prima persona, davanti alla Comunità, il tuo “Sì” al Signore e alla Chiesa.

Sei chiamato/a a riscegliere la via della vita che è questa: in primo luogo ama Dio che ti ha creato, in secondo luogo, ama il prossimo come te stesso; non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te.

Nella Confermazione lo Spirito Santo ti rafforza nella fede e viene a te con la ricchezza dei suoi doni. Con il suo aiuto potrai compiere le scelte di Gesù: camminare sulla via della vita. Tutti abbiamo dei doni, a volte nascosti, ma preziosi da scoprire. Nessuno può dire: “io non sono buono a nulla”. Se coltiverai i doni ricevuti perché un giorno siano utili anche agli altri, opera in te la grazia dello Spirito Santo.

Non dimenticarti che il Sacramento della Confermazione ti rende più conforme a Cristo e ti associa più profondamente alla Sua missione nel mondo. Ricevi lo Spirito Santo è il dono del Padre; Egli rinvigorisce con la sua grazia i tuoi doni naturali e ti arricchisce di doni ancora più grandi.

Auguri di buon cammino Cresimando!

Il vostro parroco, don Mauro

 

Avvisi - 11 ottobre 2020

L'UNIONE DEI DUE COMANDAMENTI

Secondo l’Evangelista Matteo, è stato Gesù a consegnare ai suoi discepoli il primo più importante comandamento e poi quel secondo, a suo dire simile al primo. “Qual è il primo comandamento?” “AMERAI!”. Una parola carica di futuro, a metà strada tra un imperativo e un indicativo, dunque tra una norma e una promessa.

I Comandamenti di Dio non sono pietre che cadono dall’alto e sfracellano le persone: muovono le motivazioni e sono in grado di dare senso alla loro vita. Che cosa può dare senso al nostro esistere, quale regola avere nel cammino della vita? Siamo tutti in cerca di risposte a questi quesiti e abbiamo voglia di qualcuno che possa consegnarci parole sensate, che non siano solo liste di doveri. Gesù si assume questo coraggio e ci restituisce un punto di arrivo che si condensa nella parola “AMERAI”.
Cosa significa “Amare Dio” non è così chiaro come si possa pensare.

San Giovanni dirà nelle sue lettere che si fa presto ad amare Dio disprezzando contemporaneamente il prossimo: e ciò più facilmente accade quando si perde di vista la concreta umanità di Gesù, per cui Dio diventa un concetto astratto, talmente etereo da giustificare ogni tipo di comportamento, appunto in nome suo. Amare Dio con tutto se stessi, come propone Gesù (Mt 22,43-40), cioè con la totalità di mente-cuore-anima, essere sbalzati al di fuori di se stessi, essere sospinti verso una trascendenza che non dà nessun confine. Non è possibile fissare una misura all’amore di Dio, perché ci supera così tanto che non potremo mai possederlo.

Diverso è per l’amore del prossimo: per poter amare l’altro siamo chiamati non solo ad andargli incontro, ma anche a rientrare in noi stessi. Il prossimo, infatti, va amato come se stessi. Se ci mettiamo in ascolto di noi stessi, possiamo ritrovare cosa significa essere amati ed avere così un modello per amare l’altro.
Questo non significa che dobbiamo essere noi la misura dell’amore; significa invece che se ci poniamo in ascolto di noi stessi, possiamo capire cosa sia oggi e cosa sia stato per noi essere amati, al fine di trarne spunto per amare l’altro. Il primo comandamento ci proietta oltre noi stessi, il secondo comandamento ci conduce nell’intimo di noi stessi e di lì verso i fratelli. E’ come se avessimo bisogno di entrambi i comandamenti, in modo che ognuno preservi dagli eccessi dell’altro.

L’amore di Dio può diventare scusante per fare ciò che si vuole o pretesa di possedere Dio stesso; l’amore del prossimo può avvenire nel porre se stessi come misura ultima. Invece l’unione dei due comandamenti è antidoto agli opposti eccessi.

Tutti oggi sogniamo un mondo riconciliato e in pace, in cui a ogni persona viene riconosciuta la sua dignità e il suo posto nella vita. E’ quello che tutti desideriamo e aspettiamo. Ma questo mondo non si realizzerà su scala universale, se prima non si realizza nel cuore delle persone. E’ inutile che io lo cerchi “fuori” di me, se prima non cerco di instaurarlo “dentro” di me e dentro la mia famiglia.

Mi sento di dire e di ripetere: “Fratelli, Sorelle, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e se mettiamo in pratica questo precetto abbiamo messo in pratica tutto il Vangelo”.
Ci aiuti la lettura e la conseguente riflessione dell’Enciclica “Fratelli Tutti” a compiere un’ulteriore passo in avanti verso l’accoglienza reciproca e nell’esercizio concreto della fraternità.

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Pastorale Giovanile 2020/2021

Anche quest'anno proponiamo i cammini dei Gruppi di Pastorale Giovanile.

GRUPPO PRE-ADOLESCENTI
(rivolto ai ragazzi/e nati nel 2007 - 2008)
A partire da venerdì 16 ottobre dalle 18.00 alle 19.00
Oratorio di Arnate

GRUPPO ADOLESCENTI
(rivolto ai ragazzi/e nati nel 2006 - 2005 - 2004)
A partire da venerdì 16 ottobre dalle 21.00 alle 22.30
Oratorio di Madonna In Campagna

GRUPPO 18/19enni
(rivolto ai ragazzi/e nati nel 2003 - 2002)
A partire da giovedì 15 ottobre dalle dalle 21.00 alle 22.30
Oratorio di Madonna In Campagna

IMPORTANTE

Per tutti i gruppi è necessario effettuare l’iscrizione nella segreteria di Madonna in Campagna
aperta il Lunedì e Mercoledì dalle 16.00 alle 18.00 con la modulistica che trovate qui:
https://www.mariareginadellafamiglia.it/moduli-2020-2021/

Giornalino INCONTRO n°3 - 2020

Ecco il terzo numero del giornalino INCONTRO.

La copia cartacea la potete trovare nelle nostre due Parrocchie

 

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Avvisi - 4 ottobre 2020

DOMENICA DELL'ULIVO

Nella proposta pastorale 2020-2021 “Infonda Dio sapienza nel cuore” l’Arcivescovo Mario propone di caratterizzare la domenica 4 ottobre come la “Domenica dell’ulivo”. Scrive l’Arcivescovo: “non è stato possibile celebrare la Domenica delle Palme per entrare nella settimana autentica ricordando l’ingresso festoso di Gesù in Gerusalemme, venendo a mancare quel segno popolare tanto gradito e significativo di far giungere in tutte le case un rametto di ulivo benedetto”.

La “Domenica dell’ulivo” intende incoraggiare la benedizione e la distribuzione dell’ulivo come messaggio augurale.

Ripensiamo alla colomba di Noè “Trascorsi 40 giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e fece uscire un corvo. Esso uscì andando e tornando, finchè si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di se nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo.Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra” (Genesi 8, 6-11).

Nel tempo che abbiamo vissuto l’epidemia ha devastato la terra e sconvolto la vita della gente. Abbiamo atteso segni della fine del dramma. La benedizione dell’ulivo diventi occasione per un annuncio di pace, di ripresa fiduciosa, di augurio che può raggiungere tutte le case.

Celebrare questo “segno” nel giorno in cui ricorre la memoria liturgica di S. Francesco d’Assisi, nell’anno dedicato a rileggere e recepire l’enciclica di papa Francesco “Laudato si” è un messaggio ricco di significato: “Ti lodiamo Padre, ti lodiamo Figlio Gesù, ti lodiamo Spirito Santo per il dono del creato”.

Con la benedizione dell’ulivo che verrà portato nelle case, benediremo anche due piante di ulivo, che verranno poi collocate nei nostri oratori a simboleggiare la ripresa delle attività col desiderio di tornare ad abitare un luogo tanto importante per l’educazione della fede e la fraternità.

Possano i nostri oratori contribuire attivamente ad una lungimirante costruzione di nuovi scenari sociali. Questa pianta di ulivo che pianteremo ci ricordi il desiderio di pace che c’è nell’uomo d’oggi e sia motivo di rinnovata speranza.

Carissimi oggi vi verrà anche consegnata una preghiera invitandovi a recitarla, ancora una volta ci richiamerà le nostre “responsabilità” di cittadini del mondo, di uomini e donne impegnati nella salvaguardia del creato, di “esseri” che amano il bene comune, promuovono i deboli, e hanno cura di questo mondo che abitiamo. Laudato si!

 

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Avvisi - 27 settembre 2020

COMUNIONE CON IL CORPO E SANGUE DI CRISTO

Ringrazio Dio e Voi per la stupenda manifestazione di fede che insieme abbiamo vissuto lo scorso 12 Settembre in occasione del “Voto”. Ben 1500 persone hanno pregato intensamente per ottenere che l’intercessione di Maria guardi e sostenga la realizzazione di quell'opera caritativa e l’avvalori con la sua vicinanza affettuosa.

Da Domenica scorsa e per altre tre domeniche celebreremo le prime Comunioni dei nostri ragazzi. E’ sempre una grande gioia ammettere alla Mensa del Signore dei nuovi ragazzi.
E’ un momento questo che ci deve vedere tutti consapevolmente coinvolti, perché non è un evento che riguarda solo i ragazzi e le loro famiglie, ma è un evento di Chiesa” che ci riguarda tutti.

Quest’Anno sono interessati 87 ragazzi con le loro rispettive Famiglie; accompagnandoli con la preghiera perché sappiano accogliere degnamente “un dono” così meraviglioso e grande. Da anni ormai assisto al miracolo che l’Eucaristia provoca all'interno delle famiglie dei “comunicandi”, e vi assicuro che a me questo, come sacerdote, fa’ del gran bene.
Ragazzi e ragazze che conducono per mano i loro Genitori e per la forza “attrattiva” portano i loro papà e mamme a rivivere l’incontro con Gesù, li stimolano con la testimonianza a ridare spazio a Gesù nel loro quotidiano. Grazie, cari comunicandi! Ogni anno si ripete: Genitori si sentono in dovere di ringraziare i propri Figli perché accompagnandoli e seguendoli nel loro cammino di fede, riscoprono Gesù e il suo messaggio nella loro vita di “adulti”.

“Colui che mangia di me vivrà per me”. (Gv. 6,57) Potremmo riassumerlo così questo miracolo. Significa che chi mangia il corpo di Cristo vive “da” lui, cioè a causa di lui, in forza della vita che proviene da lui, e vive “in vista di” lui, cioè per la sua gloria, il suo amore, il suo Regno.

Come Gesù vive del Padre e per il Padre così, comunicandoci al santo mistero del suo corpo e del suo sangue, noi viviamo di Gesù e per Gesù.
Nell’Eucaristia non c’è dunque solo comunione tra Cristo e noi, ma anche assimilazione; la comunione non è solo unione di due corpi, di due menti, di due volontà, ma è assimilazione all’unico corpo, l’unica mente e volontà di Cristo. “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo Spirito” (1 Cor 6,17).

Applicato all'Eucaristia questo significa che la carne incorruttibile e datrice di vita del Verbo incarnato diventa “mia”, ma anche la mia carne, la mia umanità, diventa di Cristo, è fatta propria da lui. Nell'Eucaristia noi riceviamo il corpo e il sangue di Cristo, ma anche Cristo “riceve” il nostro corpo e il nostro sangue!
Quale inesauribile motivo di stupore e di consolazione al pensiero che la nostra umanità diventa l’umanità di Cristo! Ma anche quale responsabilità da tutto ciò!

Dare a Gesù le nostre cose – fatiche, dolori, fallimenti e peccati – è però solo il primo atto. Dal dare si deve passare subito, nella comunione, al ricevere. Ricevere nientemeno che la santità di Cristo! La prima esigenza, è che alla comunione eucaristica con Cristo segua la comunione con il suo corpo mistico che è la Chiesa, concretamente il nostro prossimo. Sì, l’Eucaristia è sempre comunione con Cristo e comunione tra di noi.

Non c’è nessuno che, volendo, non possa durante la settimana compiere uno di quei gesti di cui Gesù dice: “lo avete fatto a me”.
Condividere non significa semplicemente “dare qualcosa” – pane, vestito, ospitalità; significa anche visitare qualcuno – un prigioniero, un malato, un anziano solo. Non è dare solo del proprio denaro, ma anche del proprio tempo.
Il povero e il sofferente hanno bisogno di solidarietà e di amore, non meno che di pane e vestito. Gesù ha detto: “I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”.(Mt. 26,11).

Ogni volta che incontriamo qualcuno che soffre, se stiamo attenti, udremo, con gli occhi della fede, la parola di Cristo: Questo è il mio corpo!”.

Il vostro parroco, don Mauro


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