Casa di Eurosia

Di seguito sono riportate tutte le informazioni operative riguardanti il progetto Casa di Eurosia, legato al Voto cittadino del 12 settembre 2020 alla Madonna in Campagna.

Volantino Casa di Eurosia PDF

Avvisi - 13 settembre 2020

La via della croce

 

Il nostro Arcivescovo Mario nel suo piano pastorale ci invita a “disporsi a far emergere le domande profonde che interpellano la nostra fede e il pensiero del nostro tempo. E’ lo stimolarci ad un esercizio di interpretazione e di discernimento, per ascoltarci, avviare una lettura della situazione del territorio e cercare di delineare attenzioni e proposte per il nuovo anno pastorale che inizia”.

Per fare questo penso sia necessario partire da una riscoperta: quella della “Via della Croce”. Sì, perché la “Croce” è il dato scandaloso del messaggio cristiano e allo stesso tempo è anche il dato essenziale del messaggio cristiano, il più originale e il più illuminante, quello irrinunciabile. Se la vita cristiana vuole essere trasparenza del Vangelo, deve essere in primo luogo, una trasparenza della via della Croce.

Chiediamoci: che significa, in concreto questo?

Tutto il discorso del Vangelo di Marco ruota attorno ad un centro, che è la Croce. Per l’Evangelista Marco infatti la Croce è lo spartiacque fra vera e falsa ricerca di Dio. Il vero discepolo è il “centurione”, che ai piedi della Croce riconosce il Figlio di Dio nella morte (Mc 15,39): non soltanto nei miracoli, ma in “quella” morte, cioè nell’ostinazione dell’amore e nella solidarietà più radicale egli scopre la presenza salvifica di Dio.

Con questo Marco mostra di intendere la passione non semplicemente come un gesto compiuto, ma come un gesto che rivela i tratti più caratteristici del volto di Dio. La via della Croce è la via dell’amore, una via di donazione, non di conversazione di sé: è un progetto di solidarietà nei confronti di Dio e dei fratelli.

“Una vita per”: questa è la via della Croce!

Ed è una via fatta di ostinazione: gli altri ti emarginano, ti tradiscono, ma tu resti solidale con loro, aggrappato a una solidarietà che va oltre il loro rifiuto. La via della Croce è la via della solidarietà ostinata: come appunto il Cristo che morì per coloro che lo crocifissero. Ma la via della Croce accetta la debolezza dell’amore, la debolezza della solidarietà.

La via della Croce non è soltanto la via del Figlio dell’uomo che muore per noi, vittorioso sul nostro stesso rifiuto. E’ anche la via della fiducia nell’amore. Gesù non ha imposto il suo discorso; l’ha provocato, l’ha affidato al rischio della libertà dell’uomo, ha voluto correre il rischio del rifiuto: tutto questo è la via della Croce. Tutti si aspettavano che Dio imponesse a tutti il proprio discorso: invece Dio ha proposto l’amore, accettando sino in fondo la debolezza. Ma a questo punto occorre ribadire che la via della Croce è la via della risurrezione.

Ciò significa che l’amore sembra sconfitto ma in realtà è vittorioso, sembra incapace di costruire la storia ma in realtà la costruisce, sembra debole ma in realtà è forte. La via della donazione, della solidarietà, della obbedienza a Dio e della fiducia nell’amore è l’unica via che porta alla vita.

Io vorrei iniziare e vivere questo nuovo anno pastorale partendo proprio da qui, da questa certezza, da questa rinnovata consapevolezza, guardare a Cristo che dalla Croce indica e suggerisce i passi da compiere perché la nostra Comunità pastorale sia “segno parlante” per la nostra Città; “faro” che illumina il percorso che ci attende, “sale” che dà sapore alle relazioni e ai rapporti da costruire, “carità” che si fa accoglienza per camminare insieme.

... E lo vorrei fare, insieme a voi!

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Omelia - 13 settembre 2020

3^ Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

 

“Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare e i discepoli erano con Lui” (Lc 9,18). Inizia così la pericope che ci viene oggi consegnata. Gesù, dopo la sua attività in Galilea, si trova a uno snodo, ha odorato nell’aria sia l’ostilità delle autorità religiose sia l’incomprensione delle folle. Ora, in modo forse più intenso, intende dedicarsi alla formazione dei discepoli.

Si trova a pregare con loro. Luca nel suo Vangelo sottolinea in modo particolare i momenti di preghiera di Gesù. Che spesso avvengono alla vigilia di scelte importanti. Qui siamo alla vigilia di un cammino che porterà i discepoli a scoprire la sua vera identità. Pone la domanda su che cosa pensa di lui la gente. Le risposte sono emblematiche, perché non fanno altro che rinchiudere l’immagine di Gesù nelle figure del passato, come se lui fosse una riproduzione dei profeti e non invece un inedito, non imprigionabile in schemi antichi.

Pone la domanda ai discepoli e sente dire per voce di Pietro: Tu sei il Cristo di Dio”. I discepoli intravedono in lui dunque la figura del Messia.

Ed ecco lo sconcerto, uno si aspetterebbe parole di consenso, se non di elogio, per una risposta che si avvicina alla vera identità di Gesù. Per nulla! “Egli ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno”.

Mi ha sempre colpito la pesantezza di quell’avverbio: “severamente”.

Un Gesù che usa la severità, tutta la sua verità, pensate; per parole che sembrano dire una devozione. E come risposta? Ci si guardi bene dal parlare di lui come Messia! Ma perché? Perché la parola “Messia” era stata contagiata, aveva subito contagio, a forza di essere legata a una visione di un Messia dominatore, potente, politicamente trionfante.

Mi capita di chiedermi se anche oggi Gesù, come allora, non debba ordinare alla Chiesa di tacere, se non debba essere severo con noi, che non siamo poi così immuni dal contrabbandare, a parole e a gesti, una falsa immagine di Gesù e di conseguenza del cristianesimo: un cristianesimo muscolare che sogna potere o un cristianesimo della compassione, della mitezza?

Lui, Gesù, non si riconosce nell’immagine dell’uomo forte. Si riconosce invece – e questa è da raccontare – nella figura del Figlio dell’Uomo.

“Il Figlio dell’Uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”.

Come a dire che la sua vera identità, chi egli veramente sia, lo si riconoscerà nella sua uccisione. Ultimo, definitivo, non equivocabile svelamento. E pensate nell’ora dello svelamento, con lui saranno due malfattori, non i discepoli, non Pietro che forse si era esaltato per la sua dichiarazione, ma solo le donne che lo avevano seguito dalla Galilea e si prendevano cura di Lui. C’è dunque un mistero da riconoscere in Gesù e per riconoscerlo devi metterti dietro di Lui, camminare fino all’ora della croce e della risurrezione. Dove potrai contemplare un Messia che muore per un’immagine diversa di Dio e dell’uomo, della terra e del cielo, immagine che lui difende a costo di croce.

Vi dicevo che a volte mi sorprendo a immaginare che Gesù entri nelle nostre assemblee liturgiche e ci ordini severamente di tacere.

Lo ordini a noi che anche questo giorno abbiamo proclamato: “Tu solo l’altissimo Gesù Cristo, tu il Messia”. Ma vedete già in agguato è l’equivoco della parola “altissimo”. Altissimo come?

L’alto è l’alto della croce, l’alto di un amore che non si ritrae, che rischia, incondizionato nella sua assolutezza. Ed è un peccato che il racconto di Luca sia stato tagliato a questo punto. Perché l’insegnamento ai discepoli, non si chiude così, ma va a rivendicare lo stesso cammino per chi vuole seguirlo, il cammino di chi la vita non se la tiene stretta per sé, ma la interpreta come mettersi a servizio, una vita abitata dalla passione per Dio e per gli altri, come era abitata quella di Gesù.

Sfiori nel racconto una triste possibilità, quella di una riduzione della fede a proclamazione. Il pericolo di un simbolo vuoto, di un Gesù ridotto a simulacro, un pericolo che la Chiesa vive a ogni stagione, e noi non ne siamo esenti, nemmeno oggi.

Lo ricordava il regista Ermanno Olmi, in una intervista: “Troppo facile e ambiguo affermare il valore di un simbolo – e si riferiva al crocifisso, - che deve rinviare alla realtà di carne per avere valore”. “Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono; inginocchiamoci invece davanti a coloro che soffrono”. “Cristo ha pagato due millenni fa. E’ troppo comodo inginocchiarci davanti a un simulacro”. E aggiungeva; “Vorrei suggerire ai cattolici, e io sono tra questi, di ricordarsi di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani poiché il vero tempio è la comunità umana”.

Come ognuno di noi può avvertire non si tratta di una critica alla fede, ma a una visione soltanto ritualistica della religione, un invito ad aprire le porte a tutti.

Aprire le porte a tutti. E’ questa l’identità del Messia, quella evocata oggi dal profeta Isaia sotto l’immagine bellissima del vessillo.

Vedete, un vessillo lo si può alzare per dividere – e ne conosciamo purtroppo! – ma in vessillo lo si può alzare per radunare, per far affluire verso destini comuni, per aprire una strada per tutti.

Questo il Messia di Nazareth. E questo saranno coloro che ancora oggi credono in Lui. E credendo, lo seguono.

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Moduli 2020-2021

Ricordiamo che l’iscrizione è necessaria per tutti gli anni di Iniziazione Cristiana, Preadolescenti, Adolescenti, 18/19enni

 

Nelle fasi di attesa e di iscrizione vi preghiamo di rispettare le normative anti-COVID (mascherina, distanziamento e sanificazione delle mani).

Per agevolare l’iscrizione, mettiamo a disposizione su questa pagina i due moduli (Patto di Responsabilità Reciproca e modulo iscrizione catechesi comprensivo di quota) che dovranno essere stampati, compilati e firmati a casa e poi portati in Oratorio, assieme alla quota di iscrizione, il primo giorno di frequenza del Catechismo o Gruppi Preadolescenti, Adolescenti e 18/19enni.

ISCRIZIONE CATECHESI 2020-2021

 

PATTO DI RESPONSABILITA’ RECIPROCA MINORENNI

 

IMPORTANTE:

L’iscrizione va’ effettuata anche se l’iscritto ha frequentato la catechesi lo scorso anno poiché deve essere confermata.

Anche tutte le persone maggiorenni (catechisti, educatori volontari e genitori) devono stampare e compilare il patto di responsabilità reciproca maggiorenni per poter accedere in oratorio.

 

PATTO DI RESPONSABILITA’ RECIPROCA MAGGIORENNI

 



Grazie per la collaborazione!

Avvisi - 6 settembre 2020

"Io ci sono"

 

Ogni volta che giunge il mese di settembre e bisogna usare quel verbo fatidico, classico: “Riprendiamo”, “Ripartiamo”, mi viene un po’ di freddo, il sudore si diffonde nel corpo. Subito si affacciano interrogativi, almeno a me capita questo: cosa si attende il Signore da me? Cosa si aspetta dalla nostra Comunità? Quali eventi verranno alla ribalta caratterizzando il nuovo anno pastorale? Matura progressivamente la mia volontà di aderire ogni giorno di più al Signore, alla Sua Parola, alla Sua “Indicibile” volontà d’amore verso ciascuno di noi?

E qui nascono tutte le problematiche, i propositi, i rimorsi, le attese, le speranze e le gioie.

Il nostro Arcivescovo Mario inaugurerà solennemente il nuovo anno pastorale il prossimo 8 settembre con il pontificale in Duomo; ma tempo ci ha consegnato la sua proposta pastorale dal titolo “INFONDA DIO SAPIENZA NEL CUORE”, si può evitare di essere stolti. (Ne sei al corrente? L’hai procurata? L’hai fatta oggetto di attenta lettura?)

Il bandolo della matassa è il seguente: bisogna avere il coraggio di ricominciare da Dio; né dagli ultimi, né da noi stessi. “Se il Signore non costruisce la città, invano camminiamo insieme”. (Salmo 127)

Le vacanze, per i fortunati che ne hanno avuto la possibilità sono ormai alle spalle; la drammatica esperienza che ci ha coinvolti ci ha esortato a ricavarne indicazioni e incoraggiamento per il futuro: tanto soffrire, tanto morire sarebbe sperperato se tornassimo alla vita di sempre, con la stoltezza di chi dimentica il dramma e il messaggio che la sapienza cristiana ne riceve. Adesso, è il momento di fare tesoro di tutta l’energia positiva che è stata investita. Siano chiamati a non dimenticare!

La pandemia ha segnato a fondo la vita delle persone e delle nostre comunità. Se vogliamo onorare la sofferenza dei malati e dei tanti defunti, soprattutto anziani, la cui vita non va dimenticata, dobbiamo costruire il domani e questo richiede l’impegno, la forza e la dedizione di tutti, nessuno deve o può tirarsene fuori! Le innumerevoli testimonianze di amore generoso e gratuito, hanno lasciato un’impronta indelebile nelle coscienze e nel tessuto della società, insegnandoci quanto ci sia bisogno di vicinanza, di cura, di sacrificio per alimentare la fraternità e la convivenza civile. Potremmo uscire da questa crisi spiritualmente e moralmente più forti; ma questo dipende dalla coscienza e dalla responsabilità di ognuno di noi. Non da soli, però, ma insieme e con la grazia di Dio. Come credenti ci spetta di testimoniare che Dio non ci abbandona, ma il Cristo dà senso anche a questa realtà e al nostro limite; con Suo aiuto si possono affrontare anche le prove più dure.

Ma dobbiamo stare attenti, è facile dimenticare alla svelta che abbiamo bisogno degli altri, di qualcuno che si prenda cura di noi e ci infonda coraggio. E’ facile dimenticare che, tutti, abbiamo bisogno di un Padre che ci tende la mano. Pregarlo, invocarlo, non è illusione; illusione è pensare di farne a meno! “Abbiamo bisogno di sapienza, di quella ‘sapienza pratica’ che orienta l’arte del vivere, di stare al mondo, di stare insieme, di interpretare il nostro tempo e di compiere scelte sagge e promettenti”.

Con questo spirito ci apprestiamo a celebrare il Voto a Maria che veneriamo  Madonna in Campagna nel nostro Santuario, sabato 12 settembre prossimo “CASA DI EUROSIA”, una casa di emergenza per chi non ha casa.

Mi aspetto che davvero tutti ci sentiamo pronti a dire: IO CI SONO!

Il vostro parroco, don Mauro

Appuntamenti della settimana PDF

Omelia - 6 settembre 2020

2^ Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

 

Questi che oggi abbiamo ascoltati, sono i pensieri che a Gesù venne prepotentemente chiesto di esprimere presso la porta delle pecore, vicino alla piscina di Betsaida, là dove il popolo andava a cercare guarigione, il giorno in cui di sabato aveva guarito un paralitico, liberandolo dal male che da trentotto anni lo aveva immobilizzato. Queste parole sono come una fessura aperta sul suo mondo intimo, sulla sua relazione col Padre. Il mondo della relazione, anche di ogni nostra relazione, quando è vera, è fatto di un parlarsi, di un ascoltarsi, di un nutrirsi l’uno dell’altro. “Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre: quello che egli fa, anche il Figlio lo fa, allo stesso modo”. “Come il Padre risuscita i morti e da la vita così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole”. “A chi egli vuole”, cioè a tutti e non solo a quelli che decidiamo noi.

Mi attraversava un pensiero, meglio una domanda: non dovrebbe essere vero anche per noi, che dalla nostra relazione con Gesù, dallo spiare come Lui era e che cosa Lui faceva dovrebbe succedere anche a noi di fare quello che abbiamo visto fare da Lui? E dunque dare vita, come Lui aveva visto fare dal Padre, risuscitare come Lui aveva visto fare dal Padre? Penso che non sfugga a nessuno di noi l’urgenza di una stagione nuova, bisogno di un ricominciamento, bisogno di un risorgimento. Dare inizio a qualcosa che sia veramente vita, liberare energie che siano veramente nuove, a loro volta liberanti.

Viene spontaneo ricordare come la prima lettura che abbiamo ascoltato faccia riferimento a una stagione del popolo di Israele nella quale Dio intendeva avviare qualcosa di nuovo. Ha inizio un nuovo periodo della storia di Israele, in opposizione a quello ormai concluso, un periodo in cui fare esperienza dell’amore misericordioso di Dio. E quali i segni?

La vita passata è stata caratterizzata dalla violenza e dalle guerre contro i nemici, ebbene ora a guidare la vita sociale non saranno in primis capi terreni. Saranno giustizia e pace a guidare il popolo. E la luce della città, bellissimo il richiamo, non verrà più tanto dall’esterno: Il sole non sarà più la tua luce di giorno né ti illuminerà lo splendore della luna, ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore”.

Quasi a dirci che il vero cambiamento della vita ecclesiale e della vita sociale viene da una luminosità interna, dal nostro sostare in verità alla luce di Dio nella nostra coscienza. Anche questa un’urgenza che attraversa i nostri giorni, un bisogno di donne e uomini onesti, limpidi, incorruttibili. Un bisogno corale che chiede a ciascuno di noi un sussulto di coscienza, un ritorno da parte di ciascuno di noi a onorare l’onestà, la veracità, la limpidezza. “Il tuo popolo sarà tutto di giusti”.

La vera categoria “i giusti”, di cui sentiamo, in ogni ordine e grado, prorompente, urgente bisogno. A questo patto “il mio popolo sarà piantagione del Signore, lavoro delle sue mani! Per mostrare la sua gloria”. Ora sappiamo in che cosa consista la gloria di Dio. Sappiamo a cosa veramente lavora Dio. Sappiamo che cosa il Figlio, Gesù, gli ha visto fare, fino ad sentirsi potentemente attratto a continuare la sua opera sulla terra: “Come il Padre che risuscita i morti e dà la vita, così il Figlio”.

Paolo nella prima lettera ai Corinti ci ha ricordato che se non ci fosse la risurrezione dei morti, la nostra predicazione sarebbe vuota, quasi a dirci che la risurrezione è il nocciolo di ciò che predichiamo, perché se l’ultimo, il più devastante dei nemici, la morte, non fosse alla fine annientato, mutilata sarebbe l’azione di Dio nella storia, che è, dicevamo, “risuscitare, dare vita”. La nostra fede è fede in Dio che “fa passare dalla morte alla vita”. E il passaggio, ultimo accadimento, il passaggio dalla morte alla vita – ce lo ha ricordato il Vangelo - ha un anticipo quaggiù: “Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, è passato dalla morte alla vita”. Audace affermazione! Sino a dire che la risurrezione è già avvenuta, per chi ascolta la parola di Gesù.

Sembra di riascoltare il pensiero di Giovanni nella sua prima lettera: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (3,14). Un vuoto di amore non parla di risurrezione, anche se la cantassimo a squarciagola, parla di morte e di morte innanzi tempo.

Solo opere segnate da un autentico amore sono già segno, fin da questa vita, di donne e uomini risuscitati.

Ci risuscita l’amore, in attesa del giorno ultimo, quando Gesù, dopo aver annientato i poteri prepotenti e arroganti della storia, come ultimo nemico annienterà la morte e consegnerà il regno a Dio Padre. Ultima opera delle sue mani. Ultima consegna.

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Programma 12 settembre 2020

PROGRAMMA PER LA SOLENNE CELEBRAZIONE
DEL VOTO CITTADINO 
ALLA VERGINE
DEL SANTUARIO DI MADONNA IN CAMPAGNA

Celebrazioni in preparazione al Voto - dal 7 all’11 settembre 2020

Tutte le sere alle ore 21.00 S. Rosario della Beata Vergine Maria presieduto dai Parroci che hanno esercitato il loro ministero pastorale nella Comunità di Madonna in Campagna.

Al termine - per celebrare il “nome di Maria” - breve riflessione su una litania della Vergine.

7 settembre
Rosario con don Antonio Paganini (già Parroco dal 1969 al 1977): Madre della Chiesa

8 settembre, ore 21.00, don Mauro Taverna celebra la Santa Eucaristia a ricordo di tutti i fedeli defunti, vittime del Covid 19, e che non abbiamo potuto ricordare con il suffragio cristiano

9 settembre
Rosario con don Paolo Masperi (già Parroco dal 1977 al 1989): Regina della famiglia

10 settembre
Rosario con don Ambrogio Villa (già Parroco dal 1989 al 2007): Sede della Sapienza

11 settembre
Rosario con don Carlo Manfredi (già Parroco dal 2007 al 2014): Consolatrice degli afflitti

Durante la settimana sarà possibile venire in pellegrinaggio al Santuario di Madonna in Campagna, personalmente o come Comunità Pastorali. Tutti i giorni il Santuario accoglierà i fedeli per le loro devozioni dalle 9.00 alle 11.30 e dalle 15.00 alle 18.00.

12 SETTEMBRE 2020

In Santuario:

Ore 7.00 S. Rosario con l’Arcivescovo, Mons. Mario Delpini, e tutti i Preti della Città. Al termine l’Arcivescovo terrà una meditazione su Maria Santissima.

Ore 8.00 S. Messa

Su Viale Milano, di fronte al Santuario:

Ore 18.00 S. Messa Solenne presieduta da S. Ecc. Rev.ma Mons. Franco Agnesi.
Al termine, SOLENNE VOTO, dinanzi alla riproduzione del quadro della Vergine del Santuario.

Durante l’intera giornata, il Santuario resta aperto per la preghiera personale e con la possibilità di vivere il Sacramento della Confessione.

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Sussidio Divulgativo PDF

Omelia - 30 agosto 2020

1^ Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

Luca ha appena scritto nel suo Vangelo di Gesù che invia i dodici in missione: “Li mandò ad annunciare il Regno di Dio e a guarire gli infermi. Essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni”.
Un annuncio che non si ferma alle parole. Siamo lontanissimi da una politica e da una strategia fatta di annunci cui non seguono i fatti, come oggi è di moda. Poco importa poi se gli annunci rimangono tali. Alla fine del nostro brano vediamo gli apostoli rientrare dalla loro missione.
Ma Luca tra l’invio in missione e il rientro, inserisce, oserei dire bruscamente, il ricordo di Erode. Gesù aveva anche preannunciato che la notizia buona, che in definitiva era Lui, non avrebbe avuto in tutte le città accoglienza d’entusiasmo.

Nasce la domanda: che cosa fa sì che si accolga o non si accolga il Signore? A certificare l’accoglienza non bastano le apparenze, più o meno sbandierate. Infatti oggi nella prima lettura un lontano discepolo di Isaia, con parole dure, individuava all'interno dello stesso Israele quelli che sono soliti lasciare alle spalle un nome come imprecazione e quelli che invece sono soliti lasciare alle spalle un altro nome, diremmo in benedizione, il nome promesso ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le genti”. “Chi vorrà essere benedetto nella terra vorrà esserlo per il Dio fedele”. Da dove dunque una terra che si lasci alle spalle un passato di degrado e si apra al nuovo? Da uomini e donne fedeli a Dio, fedeli alla loro coscienza. Se ci viene meno a questa limpidezza si diventa maledizione per se stessi, per gli altri, per la terra.

E ritorna la domanda: che cosa fa sì che si accolga o che non si accolga? E sulla domanda forse potremmo vedere entrare in scena Erode, che sente parlare di Gesù. Chi gli diceva una cosa, chi un’altra e c’era pure qualcuno che avanzava il sospetto che fosse il Battista redivivo. Non l’aveva forse fatto decapitare lui? L’aveva visto morto lui, con i suoi occhi. “E cercava di vederlo”. Ma basta un desiderio che nasce da una curiosità, attestata sui miracoli e forse ingigantita da qualche rimorso?

Con una curiosità superficiale non si va da nessuna parte. E infatti al penultimo capitolo del suo Vangelo, parlando del processo sommario fatto a Gesù, Luca scriverà: “Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui”. E Gesù tace. Non accade l’accoglienza, l’accoglienza non nasce da prurito di miracoli.

“Lo interrogò facendogli molte domande, ma Gesù non gli rispondeva nulla”. Pensate quel silenzio. Erano domande che non mettevano in discussione la vita. Domande da salotto... che ci permettono di chiacchierare di fede, di far salotto di religione, senza che ne sia sfiorata la vita, senza che cambi nulla.

Mi rimane la domanda: che accoglienza avranno trovato i dodici che andavano di villaggio in villaggio raccontando la buona notizia e guarendo gli infermi? Il Vangelo non lo dice, annota soltanto che ritornarono con una grande voglia di raccontare. Ma Gesù anche in questa occasione tace, non commenta. E’ preoccupato più della loro stanchezza che del loro racconto: “ Allora li prese con sé e si ritirò in disparte verso una città chiamata Betsaida”.

Ma ancora una volta Gesù ci sconcerta: “Le folle vennero a saperlo e lo seguirono”. E lui non dice, come forse avremmo detto noi: “Gente, questo è un tempo per noi. E dovete rispettarlo. Ci sono altri orari. E’ un tempo in cui attendere alla preghiera e alla istruzione dei discepoli”. Così ci saremmo aspettati. E invece no, niente di tutto questo. Leggiamo: “accolse le folle e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”.

La nostra domanda era: che cosa fa sì che accogliamo o non accogliamo Gesù? A questo punto mi verrebbe da dire: l’essere affascinati e attratti da un rabbi che non si esaurisce negli annunci. Mette in gioco se stesso, si accorge degli altri, dà loro il primato, un primato che sembra sintetizzarsi in quei tre verbi: accolse le folle, prese a parlare del regno di Dio, e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

“Accolse le folle”, è ciò che viene prima di tutto. Dovremmo fissarlo a memoria. Prima della predicazione? Prima, se stiamo all’esempio di Gesù, è questo lo stile del Vangelo. Prima cosa : “sii accogliente” con l’altro.

Chiunque sia, deve essere sorpreso da come tu lo guardi, dalla tenerezza del tuo sguardo, deve sentirsi ospitato in te. E per riflesso nella Comunità. Noi ci preoccupiamo tanto di dire e di cosa dire.

La prima cosa che devi dire la dici con lo sguardo e con i gesti, sguardo e gesti accoglienti.

“Prese a parlare del regno di Dio”. E’ il secondo verbo. Un verbo che dice una conversazione familiare, un raccontarsi. Forse è quello che ci manca, a me per primo, di svestirci, quando parliamo di Gesù e del suo Vangelo, del tono delle dissertazioni e riprendere il tono del racconto, senza cattedre e senza distanze.

Terzo verbo: “prese a guarire”. Un verbo, lo dobbiamo confessare, che un po’ ci imbarazza, certo è il verbo per cui si impegnano i nostri amici medici. Ma penso che ci sono molte forme di malattia. Lui prese a guarire “quanti avevano bisogno di cure”. Prendersi cura. Mi sono detto che forse avrei potuto e senza tradimento, sostituire al verbo “guarire”, il verbo “prendersi cura”. E si apre un orizzonte.

Per me, ma penso anche per voi, per questa nostra società, per questa nostra Chiesa: prenderci cura! E’ così che accade il regno di Dio.

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Omelia - 23 agosto 2020

Domenica che precede il Martirio di S. Giovanni

Il brano tratto dal libro dei Maccabei sembra raccontare il coraggio di questi uomini e di queste donne che si erano accampati nel deserto e che, dinanzi all’ordine: “Uscite, obbedite ai comandi del re e avrete salva la vita”, rispondono: “Noi non usciremo né seguiremo gli ordini del re, profanando il giorno di sabato”. Si lasciarono piuttosto uccidere, testimoniando franchezza e coraggio.

A franchezza e coraggio sembra invitare Paolo, che esorta a prendere le armi, ma dentro una simbologia spirituale. L’armatura è quella di Dio, e si chiama verità, giustizia, vangelo, fede. L’elmo è l’elmo della salvezza e la spada è la spada dello Spirito. “La nostra battaglia è contro i dominatori di questo mondo” dice Paolo. Una parola chiara che porta a chiederci se, come credenti e come chiesa, diamo testimonianza di opposizione, o al contrario di acquiescenza, ai dominatori di questo mondo, se non addirittura di alleanza interessata con loro.

In un contesto di libertà, a rischio di opposizione e di persecuzione, si muove anche il racconto del Vangelo di Marco.

Siamo negli ultimi giorni dell’attività pubblica di Gesù. Gesù si trova a fare i conti con la classe dirigente del giudaismo ufficiale e il vangelo raccoglie cinque controversie con cui si cerca di attaccarlo, con la conseguenza che Gesù ormai entra in aperto conflitto. La questione del tributo a Cesare è una domanda trabocchetto per coglierlo in fallo. Se dici: “è lecito”, sei un collaborazionista dei romani, se dici “non è lecito”, sei un eversivo.
Il tributo, a differenza delle altre tasse, riguardava tutti i giudei, eccetto bambini e vecchi: lo dovevano all’occupante romano come sudditi e per la mentalità giudaica aveva un immediato risvolto religioso: era come togliere il primato a Dio.

Dunque è lecito o no? Glielo chiedono con parole accattivanti: “Maestro, sappiamo che sei un uomo veritiero, tu non hai soggezione di nessuno, non guardi in faccia a nessuno, insegni la via di Dio secondo verità”. Ma Gesù conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: “Portatemi un denaro”. E poi: “Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”. “Di Cesare” gli rispondono. E infatti sulla moneta da una parte stava scritto: “Tiberio Cesare, figlio augusto del divino Augusto” e dall’altra: “Pontefice Massimo”. Risponde Gesù: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare e quello che è di Dio a Dio”. A Cesare spetta, se gli è dovuta, la moneta che porta la sua immagine. A Cesare spettano delle cose. A Dio tocca il tuo cuore, la tua mente, le tue forze: “Amerai Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze”. A Dio spetta la tua anima.
A nessun Cesare invece, a nessuna autorità sulla terra, fosse pure un’autorità religiosa, tu puoi vendere la tua anima. A nessuno: è di Dio! Dunque Cesare può mettere la sua immagine sulle tue cose. Su te, no.

Perché, secondo il Libro della Genesi, tu sei fatto a immagine e somiglianza di Dio. Ogni uomo e ogni donna, portano scolpita in sé, indelebilmente, questa immagine, che ci fa liberi. Che ci fa ribelli e resistenti a ogni tentativo di sottomissione. Che ci fa dire a chiunque: “Non ti appartengo, perché appartengo ad un Altro”.

Il libro dell’Apocalisse ci mette in guardia dal lasciarci mettere sulla fronte il marchio della Bestia, cioè di potere impazzito di sé, che confonde le coscienze e la verità, e tutto piega alla propria immagine e al proprio interesse. Il credente riconosce certo una autorità, e la rispetta con lealtà.

Ma dove trova la sua legittimazione Cesare, una autorità politica, se non nel suo instancabile operare, con onestà e intelligenza, per il bene comune, per la fraternità, per la libertà e la dignità di ogni uomo, di ogni donna, in particolare dei più svantaggiati?
Potremmo forse dire: il tributo a Cesare, all’autorità politica, sì, ma a patto che sia al servizio di ciò che sogna Dio per i suoi figli sulla terra.
A patto che ci si impegni anche politicamente per la libertà, la giustizia e la fraternità possibili, qui e ora, sulla terra.
E’ un criterio purtroppo, diciamolo, dimenticato, con le gravi ripercussioni devastanti che sono sotto gli occhi di tutti. Una politica è corretta non per il semplice fatto che a promuoverla siano gli uni o gli altri, ma per l’orizzonte che le muove.

Perché a Dio non interessa che gli consegniamo parole, ma che gli consegniamo una terra dove trovi rispetto la dignità di tutti i suoi figli.
Nessuno escluso!

Il vostro parroco, don Mauro

 

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Madonna in Campagna intercedi per noi - 23/08/2020

L’impegno concreto del voto, che tutti i cristiani della città saranno invitati a fare, sarà la realizzazione di un’opera di carità, una casa per ospitalità di emergenza, ricordando che la carità solidale ci ha salvato nel tempo della pandemia.

La casa per ospitalità sarà un segno visibile, un dono che facciamo alla Città. In tempi in cui rischiamo di chiuderci e di tenerci strette le risorse che ci danno sicurezza, noi metteremo a disposizione quel poco che abbiamo, come i cinque pani e due pesci del Vangelo. Sarà un’opera utile che fornisce un servizio, ma che per lo stile con cui viene realizzata vuol essere un messaggio che faccia bene al corpo di chi sarà ospite e faccia bene al cuore di tutti.

Il contributo di un donatore, che nel testamento ha lasciato dei beni alla sua parrocchia con particolare attenzione alla Caritas, servirà alla ristrutturazione e all'adeguamento dei locali, ma poi l’opera dovrà essere sostenuta economicamente.

Tutte le parrocchie della città insieme si impegneranno per tre anni, a trovare l’apporto economico per le presenze educative che facciano della casa un luogo sicuro e ordinato. Verranno suggerite alcune modalità di sostegno economico, individuali o di gruppo. Per esempio si possono autotassare degli amici, un’associazione sportiva, oppure un coro, un gruppo di catechisti, di preti, dei clienti di un negozio o di un bar; o attraverso un pranzo solidale o una donazione occasionale.

“Io ci sto!” deve essere il nostro motto e ognuno può diventarne promotore. Potrà essere l’occasione per onorare la memoria dei morti che il virus ci ha portato via.

La casa dovrà essere supportata dalla presenza gratuita dei volontari e tutti possiamo diventarlo! Ci prenderemo cura della nostra Città.

Il voto sarà deposto nelle mani della Vergine Maria, il 12 settembre, nel Santuario di Madonna in Campagna.

Guardiamo a Maria che “custodiva tutte queste cose e le meditava nel suo cuore” e assumiamo come comunità cristiane della Città questo ruolo materno che fa memoria dei fatti accaduti per aiutare i figli a leggere e valutare quelli che succederanno, perché quello che è avvenuto e che accadrà trovi il suo senso.

Prepariamo i nostri cuori!

Madonna in Campagna intercedi per noi - 16/08/2020

Il 12 settembre faremo un voto a Dio, per intercessione di Maria, per celebrare il bene che c’è stato e dal quale dobbiamo farci educare. L’irruzione della pandemia è stata come un rivelazione: ci siamo conosciuti nelle nostre colpe, ma anche nelle nostre virtù. Qualcuno il rischio lo ha messo nel conto e si è gettato nella sfida con atti di autentica carità.

Ci è stato detto di restare a casa e la casa ci ha protetto, ci ha fatto riscoprire la bellezza di stare tra le mura domestiche. Ma non tutti hanno una casa!
I volontari Caritas che prestano servizio al Ristoro del Buon Samaritano e a Casa di Francesco, durante il lockdown, consegnavano il pasto nei luoghi di rifugio, ma questo non aveva il sapore della relazione umana che si stabilisce quando qualcuno ti fa sedere a tavola e passa a servirti.
Altri hanno la casa, ma non sono capaci di governarla: diventava inabitabile, perché i volontari non potevano entrare per le pulizie periodiche che rendono umani gli ambienti della vita quotidiana.
Insomma, ci siamo accorti che qualcuno cerca nei luoghi di accoglienza e di servizio non solo il cibo e la doccia, ma cerca qualcosa che assomigli ad una casa, un baricentro per non smarrirsi per strade anonime.

Come impegno concreto del voto, realizzeremo un’opera di carità: una casa per ospitalità di emergenza. Non sarà grande, perché sia una casa e non un dormitorio e perché possa accogliere anche chi è più fragile e sarebbe a disagio in ambienti troppo frequentati.

Restare vicino ai poveri ha un prezzo: sarà un’opera che dovrà essere sostenuta economicamente. Serve la presenza gratuita dei volontari, ma serve la competenza professionale di operatori qualificati. Molti tra noi attraversano difficoltà economiche, ma non dobbiamo temere di non farcela: la Provvidenza non farà mancare la sua presenza e il suo aiuto!

Dedicheremo la casa a Santa Euròsia, originaria della Boemia, martire per la fede a 16 anni nell’anno 880 in Spagna; compatrona di Gallarate; la sua devozione fu portata in Città dai soldati spagnoli proprio al tempo della peste manzoniana. Una sua immagine è esposta sia nella Chiesa dei SS. Nazaro e Celso ad Arnate che sulla facciata della Basilica.

Intorno al progetto promuoveremo forme di servizio di volontariato cittadino, la compagnia di Santa Eurosia, per prenderci cura delle case di chi una casa l’avrebbe, ma non riesce a renderla un ambiente ospitale.

Prepariamo i nostri cuori!

 

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Omelia - 16 agosto 2020

11^ Domenica dopo Pentecoste

Gesù manda, manda i dodici. Luca nel suo Vangelo allargherà il numero a settantadue, come a ricordarci che l’invito è allargato, allargato a tutti, a noi. Mandati dunque! Apostolo significa “mandato”. Come se al nome e a noi fosse legata questa caratteristica: di non rimanere, di andare fuori. Mandati dove? Per le strade, nelle case. Non per nulla la Messa finisce con questo verbo, che non va banalizzato: andiamo in pace”. Andate dentro la vita, strade e case nella vita feriale, che pulsa e freme nelle case, per le strade. Andate non illudendovi che le situazioni siano facili. “Vi consegneranno”, un verbo che riguarda da vicino la sorte di Gesù, che spesso ai discepoli ricordava che lo avrebbero consegnato. Ma anche nella durezza della vita, persino nella persecuzione, sembra dire loro Gesù, non perdete uno stile. Vi caratterizzi uno stile, il mio stile.

Che forse potremmo identificare in due parole, saggezza e mitezza: “Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi, siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Invito dunque a essere “saggi”, come dice il termine, avveduti. Un invito che ci riguarda, un invito a mettere in gioco la nostra intelligenza, la nostra intraprendenza, la nostra capacità di discernere.
Avete capacità, avete maturità, avete intelligenza... usatele!
Usatele per interrogarvi sulle cose. Ma l’intelligenza delle situazioni non si muti in affanno, come se voleste tenere tutto sotto controllo, tutto programmato, tutto nelle vostre mani.
“Quando vi consegneranno non preoccupatevi di come o di che cosa dire, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi”.
E compagna della lucidità sia la mitezza. “Vi mando come agnelli”: rimanete agnelli. Non diventate lupi, camminate con la logica della gratuità nella società dell’ingordigia, camminate con la logica del chinarsi sulle cose piccole nella società dell’ostentazione e dell’arroganza: si realizzerà allora, sia pure in parte, il sogno di Dio sulla terra.

Forse anche la vicenda di Elia potrebbe essere letta come un invito a non abbandonare, anche nei contrasti duri dell’esperienza profetica, uno stile che è quello di Dio, uno stile che gli si rivela sul monte. Ma come?
Dentro un rumore simile a un silenzio leggero. Era giunto sul monte Oreb, luogo della grande rivelazione a Mosè. Come vi era giunto? Il suo non era stato certo un pellegrinaggio, più o meno devoto, alla montagna santa. La sua era una fuga, era un uomo in fuga, dopo giorni e giorni di deserto, quaranta giorni. In fuga dalla regina Gezabele che lo cercava a morte per via di quel massacro dei profeti di Baal. Elia li aveva uccisi di mano sua, in nome del Dio di Israele. Era giunto al monte santo dunque, diremmo, con il cuore in gola.

A Elia è concesso di spiare il passaggio di Dio. La voce era risuonata nella grotta di rifugio: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ed ecco che il Signore passò. Dove sarà Dio, come passerà Dio? E lui, profeta minaccioso, immagina che Dio debba passare nei segni forti: nel vento impetuoso e gagliardo che spezza le rocce o nel terremoto che squarcia la terra o nel fuoco che la divora. E Dio, no, non è in questi segni grandiosi eccezionali, potenti. Dio è nel sussurrio di una brezza leggera, è in un rumore di silenzio. Fa rumore il silenzio?

Dio dunque dovremo cercarlo nei segni quotidiani. Forse anche per questo ci è difficile cogliere il passaggio di Dio nella nostra vita: è in un rumore di silenzio! E in un rumore di silenzio vuole i figli, li vuole nella mitezza, li vuole semplici come le colombe, lontani dall'intolleranza. Come, scrive Paolo, cui basta la grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.

Vivere da “figli” è possibile in ogni condizione, in ogni ambiente, sotto ogni regime: i Santi ce lo testimoniano: trovare in modi inattesi il modo di essere se stessi in compagnia del loro Signore.

Il vostro parroco, don Mauro

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