AVVISI - 18 FEBBRAIO 2024

IL GIGANTESCO SEGRETO DEI CRISTIANI

Ci sono le stagioni dell’anno e le stagioni vita. E ci sono le stagioni liturgiche. La Chiesa, splendida madre, grande maestra ed educatrice, ci dona la stagione liturgica della Quaresima, ci invita ogni anno alla Quaresima come luogo in cui vivere la realtà di un incontro, di una conoscenza, di una accoglienza più vera di Gesù Cristo e del suo Vangelo.  Sì perché la Quaresima va vista anzitutto come una Buona Notizia, come uno straordinario Vangelo, come un grande annuncio di vita, di speranza, di possibilità concreta di cambiare la nostra vita: al centro della Quaresima sta Dio e la sua misericordia, sta la Pasqua di Gesù.
Per questo la Quaresima è una vicenda di conversione. E’ la vicenda di un cristiano e di una comunità che si lasciano educare, “lacerare”, consolare, trasformare da una Parola che salva, da un Crocifisso Risorto. Sarà una buona Quaresima se riusciremo ad innamorarci un po’ di più del volto e del cuore di Gesù di Nazareth. Così, affascinati dalla sua vicenda, dai suoi gesti, dalle sue parole, dovremmo poter dire: vorrei essere anch’io così, sentire così, agire così, essere libero così, pregare, amare, perdonare così. Sarà una buona Quaresima  se riusciremo a vivere all’insegna del deserto, della gioia, della fraternità.
IL DESERTO. Gli innamorati lo sognano, lo desiderano, lo cercano. È il tempo dello stare a tu per tu, il tempo del cuore a cuore: “Ecco l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” ( Osea 2,16). Sono le parole dell’amante alla sua amata, sono il desiderio potente e dolce dell’intimità, dello stare a tu per tu. Sono le parole che il nostro Signore – come un tempo con Israele – ci sussurra in Quaresima. E Dio, come l’amore – e Dio è amore – non lascia mai le persone come le ha trovate: le illumina, le ispira, le consola, le trasforma, le trasfigura: Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ezechiele 36,26). È questo il più grande miracolo che la tenerezza e la forza di Dio sanno inventare. Ed è solo questo cuore nuovo, questo cuore di carne che ci dona occhi nuovi per saper scorgere anche nella durezza della vita di ciascuno di noi e nella storia del mondo bagliori di bellezza e di speranza e che ci dona mani instancabili nella carità. Quaresima: tempo del “deserto”, del fare un po’ di spazio nella nostra vita al silenzio, alla preghiera, al prendere o riprendere fra le mani il Vangelo, alla scoperta del vero volto di Gesù di Nazareth, del senso e del segreto della nostra vita.
LA GIOIA. C’è una tradizione ebraica che invita a tenere in due tasche diverse di un abito due diversi bigliettini. Sul primo sta scritto: Ricordati che sei polvere e cenere”. Sul secondo sta scritto: “Ricordati che per te è stato fatto il mondo”. Così è la Quaresima che si apre con un pizzico di cenere versata sulla nostra testa per richiamarci alla caducità e alla fragilità della vita e che insieme ci richiama allo splendore dei doni di Dio e a quale grandezza è chiamato il nostro vivere. La Quaresima è questo cammino verso l’Altro che è Dio, e verso gli altri che stanno vicino e lontano da noi. Per questo la cenere che ci è versata sul capo è accompagnata da un caldo e potente invito a fondare la nostra vita sul Vangelo e a vivere in pienezza: “Convertitevi e credete al Vangelo”. Una vita fondata sul Vangelo sconfiggerà la “cenere”  e darà risposta alla nostra ricerca di gioia. La gioia è scritta nei sogni di Dio per l’uomo, è scritta in ogni riga del Vangelo e in tutto ciò a cui ci invita. E’ il “centuplo quaggiù” che ci è promesso. Per questo noi ci sottoponiamo alla Quaresima “mirando alla gioia” : perché siamo certi che il segreto della gioia sta nel donare e nel donarsi e perché “la vita donata non muore”. Quaresima: tempo per ritrovare la gioia, la gioia del Vangelo, la gioia di essere cristiani, la gioia di vivere. Nella conversione al Vangelo.
LA FRATERNITA’. Terribili le parole del filosofo Voltaire che così apostrofava i preti: “A chi predicate la Quaresima, ai ricchi? Ma se non la fanno mai! ... Ai poveri? Ma se la fanno tutto l’anno! ...”. La Quaresima è tempo di fraternità. È il tempo dell’imparare a contrastare la cultura del consumismo, del superfluo con nuovi stili di vita all’insegna della sobrietà e della solidarietà, come più volte ci ha richiamato il cardinale Dionigi Tettamanzi: “Soltanto una vita sobria, in ricerca della ‘giusta misura’ in ogni cosa, capace di ‘stili di vita’ rinnovati, liberi dalla logica dello spreco e dell’eccesso, sa creare gli spazi per una vera solidarietà, per una accoglienza dell’altro ‘come se stessi’”. Così va visto l’invito della Quaresima alla conversione, al digiuno, al magro del venerdì, perché il risultato di certi digiuni non sia solo l’avere fame...  Quello con Dio in Quaresima è un incontro che “sconvolge” capovolge, converte:  “Quella dei poveri, come quella di Dio è un’esistente scomodante. Sarebbe meglio che Dio non fosse, sarebbe meglio che i poveri non fossero; poiché se Dio c’è la mia vita non può essere la vita che conduco; se ci sono i poveri, la mia vita non può essere la vita che conduco”. ( don Primo Mazzolari )

Ma questa è la Quaresima. Questo è la vita cristiana.

don Mauro

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AVVISI - 11 FEBBRAIO 2024

SORPRESI E ABITATI DALLA GIOIA DEL VANGELO

Il cristianesimo è proprio questo: un Vangelo, una buona notizia, un grande messaggio di gioia e di speranza. Non per nulla il primo miracolo di Gesù è stato il miracolo di Cana: un miracolo gratuito, apparentemente “inutile”, con un solo grande fine: portare gioia. Il cristianesimo è la splendida promessa per chi vive alla sequela di Gesù di Nazareth del “centuplo quaggiù” in libertà, in gioia, in fraternità, in speranza, in umanità, in profondità. Ed è una meraviglia scoprire cristiani felici. Felici di esserlo. Felici di raccontarlo. Cristiani che sanno testimoniare nell’ordinarietà quotidiana che credere e vivere ciò che si crede fa fiorire l’umano.

Anche se la vita spesso ci segna, ci ferisce, ci violenta con una malattia, con la morte di chi ci ama e amiamo, con brucianti ingiustizie, con un tradimento, un abbandono, con la perdita del lavoro, la difficoltà a trovare casa, a tirar su i figli. Anche se spesso abbiamo occhi velati di lacrime, con i tanti perché che rimangono senza una risposta e spesso ci si sente portar via il cuore... la fede – l’ho visto e sperimentato in tante persone – è forza e speranza inesauribile, è coraggio nel ricominciare. Perché credere non è solo credere, annunciare, attendere un’altra vita, ma vivere una vita “trasfigurata” oggi come è testimoniato in queste righe:

“La gioia è contagiosa, proprio come il dolore. Ho un amico che irradia gioia, non perché la sua vita sia facile, ma perché egli è solito riconoscere la presenza di Dio in mezzo a ogni umana sofferenza, la propria come quella degli altri. Dovunque vada, chiunque incontri, è capace di vedere e udire qualcosa di positivo, qualcosa per cui essere grato. Non nega la grande sofferenza che lo circonda né è cieco o sordo alle voci e ai sospiri di angoscia degli altri esseri umani, ma il suo spirito gravita verso la luce nelle tenebre, e verso la preghiera in mezzo alle grida di disperazione. Il suo sguardo è dolce e la sua voce è pacata. Non vi è nulla di sentimentale in lui. Egli è realistico, ma la sua profonda fede gli consente di sapere che la speranza è più vera della sfiducia, e l’amore più vero della paura.

La gioia del mio amico è contagiosa. Più so con lui, più colgo i bagliori del sole che risplende dietro le nuvole. Coloro che continuano a parlare del sole mentre camminano sotto un cielo nuvoloso sono messaggeri di speranza, i veri santi del nostro tempo”. (Henri J.M. Nouwen, Vivere nello Spirito).

Nessun cristiano può chiudere gli occhi e il cuore di fronte all’ingiustizia, all’infelicità, al dolore, ai bisogni degli altri, perché ogni cristiano è chiamato concretamente a vivere secondo il Vangelo, a vivere alla luce delle prime righe della costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

I cristiani sono chiamati a essere “incarnati” e “vulnerabili” perché hanno cura degli altri, perché hanno a cuore il mondo, a essere appassionati, con uno sguardo a 360° dalla parrocchia alla città, dalla politica all’economia, dall’oratorio alla scuola, dalla casa al lavoro, dal condominio al quartiere... a essere affidabili punti luce, punti speranza come si narra qui:

“in un villaggio islamico del Libano, un piccolo gruppo di persone divenne cristiano. Immediatamente si chiusero per loro tutte le porte della comunità. Gli uomini non potevano più stare con gli altri uomini in piazza e le donne non potevano più attingere acqua alla fontana del villaggio. I nuovi cristiani furono costretti a scavarsi una fontana per conto loro. Un giorno la fontana del villaggio si inaridì e si seccò. Allora i cristiani invitarono i loro compaesani a venire ad attingere acqua alla loro fontana. Fecero di più. Sulle loro case appesero un cartello che diceva: ‘Qui abitano dei cristiani’. Ciascuno sapeva così che in quella casa avrebbe trovato un aiuto e una mano tesa”.

La dove c’è un’assenza, un’assenza di gioia, di tenerezza, di speranza, di salute... i cristiani sono chiamati a essere presenza. Sono straordinarie la fede, la speranza, la carità. Non si arrendono, sono testarde, sono vitali, sono ricche di fantasia. Ci sorprendono, ci fanno arrivare all’impossibile...

don Mauro

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AVVISI - 4 FEBBRAIO 2024

PERCHÉ HA AMATO MOLTO

“Staffa è il nome del più leggero e piccolo osso del corpo umano. Sta nell’orecchio e dalla sua cavità passa il sonoro. Altri ossicini accanto hanno nomi di arnesi: incudine, martello. L’ascolto è più officina che sala da concerto. Poi il suono attraversa una serpentina di nome labirinto, trova l’uscita e arriva al cervello, fine della corsa. L’ascolto è un’onda che non torna indietro”. (Erri De Luca, La musica provata).

È come se ciò che ascolti non volesse lasciarti più, come se volesse far parte di te e arrivare per strade misteriose al cuore e trasformarlo... Sarebbe bellissimo se capitasse così con le parole evangeliche che ascoltiamo la domenica alla Messa!  Oggi, Domenica 4 febbraio, penultima domenica dopo l’Epifania, domenica detta della “Divina clemenza”, la liturgia ci regala un brano dei vangelo mozzafiato, un brano tenerissimo, spiazzante. Une di quei brani che andrebbe ascoltato, letto, riletto, rimuginato. Ci parla di Gesù, il Maestro. Lui che per noi cristiani è il Volto di Dio, che ama il profumo e le carezze di una donna peccatrice. E’ un brano che mi commuove da sempre.

Basta immaginare lo smarrimento, lo sconvolgimento, gli sguardi, i gesti, i silenzi, le parole; ancora una volta Gesù ci sconcerta, ci spiazza, ci scandalizza. L’Evangelista Luca, cantore della tenerezza e della misericordia divina, invita anche noi ad entrare nella casa di Simone, ad assistere ad uno “straordinario spettacolo” in cui ci viene narrata e celebrata la potenza dell’amore e delle lacrime di una donna peccatrice e insieme la potenza dell’amore di Dio, di Gesù di Nazareth che brucia e spiazza via tutta la miseria dei peccati di questa donna. E lei, la peccatrice, l’emarginata, l’esclusa dal mondo sociale e dal sistema religioso che irrompe sulla scena. Non ha un nome. Porta con sé solo le sue lacrime, il suo profumo, la sua tenerezza, la sua smisurata fiducia in Gesù, la sua temerarietà e la sua audacia che la fanno capace di correre ogni rischio per l’amato Gesù. Non rispetta le regole, infrange ogni norma, si addentra nel proibito. Usa il linguaggio delle lacrime e del corpo, un linguaggio più potente delle parole... baciare i piedi di Gesù, bagnarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli e ungerli con il suo profumo. Gesti audaci e proibiti secondo la logica della legge, non secondo la logica della tenerezza, una tenerezza che sconfina.

Di fronte a tutto questo Simone, il fariseo, il benpensante, l’intransigente, non può no provare disagio e disprezzo, non riesce a non emettere una condanna.

Gesù invece accoglie la donna con tutta la sua tenerezza e la sua audacia, accetta le sue carezze e il suo profumo, loda questi gesti, la perdona e le restituisce la pace... Perché ha amato molto... Una condanna come quella di Simone ti inchioda al passato, senza nessuna possibilità di cambiamento. Gesù invece con il suo perdono e la sua squisita dolcezza ridanno alla donna il futuro e la speranza, è la potenza dello sguardo di Gesù che – a differenza di Simone – non vede solo una peccatrice, ma soprattutto una donna da amare. Gesù invita Simone ad avere lo sguardo di Dio, uno sguardo che avrebbe guarito anche il suo cuore dall’orgoglio.

“Noi come guardiamo? Con gli occhi della legge o con gli occhi dell’amore? Gli occhi della legge registrano i fatti, ma non registrano ciò che avviene nel cuore. Gli occhi dell’amore anch’essi registrano i fatti, ma sono capaci andare oltre o, se volete, vanno dentro e leggono le ragioni del cuore, gli itinerari del cuore, le svolte improvvise del cuore” (don Angelo Casati).

Quello sguardo di Gesù oggi è rivolto a ciascuno di noi, così come siamo, con tutte le nostre fragilità. Uno sguardo che ci può rialzare e ridare fiato e speranza. Siamo stati felicemente e nuovamente trascinati dall’evangelista Luca a guardare a Gesù, al suo stile così insolito, così eccedente, così paradossale. Occorre tornare spesso e sempre alle “poche” pagine evangeliche. Sono davvero poche in confronto con altre  opere monumentali, ma proprio lì sta nascosto il segreto di Gesù, il segreto del volto e del cuore di Dio. Ogni pagina è uno “scandalo”, un paradosso per la nostra ragione, una stella per la nostra vita.

“Strano libro il Vangelo: non si può leggerlo fino in fondo e per quanto tu lo legga, ti sembra sempre di non aver finito di leggerlo, o che tu stesso abbia dimenticato o non compreso qualcosa; lo rileggi: lo stesso; e così via senza fine. Come il cielo notturno: quanto più lo si guarda, tante più stelle vi si scoprono”.

In un tempo di fondamentalismi e integralismi così poco umani e così poco divini, la strada che dovremmo percorrere è quella di farci scandalizzare dall’uomo libero per eccellenza, Gesù. “Mangia il Vangelo”, dicevano i monaci, “Impara da Dio chi è Dio”.

don Mauro

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AVVISI - 28 GENNAIO 2024

DIO E LE PENTOLE

Febbraio: quando la “normalità” del quotidiano, dopo le feste natalizie, ci raggiunga quasi come un morso e tutto sembra scorrere via in giorni apparentemente uguali dove a volte sembra vincere il grigio... nelle relazioni, negli affetti, nei sogni, nella preghiera, nella celebrazione della Messa... Come possiamo illuminare e profumare il nostro vivere quotidiano
Un primo suggerimento ce lo regala Anselm Grun, teologo e monaco benedettino che ha scritto così nel suo interessante libro “Terapia dei pensieri”.
“I pensieri esercitano un influsso significativo sulla nostra mente, sulla nostra disposizione d’animo e sulle nostre azioni... I primi pensieri che si hanno al momento del risveglio ci influenzano tutta la giornata... I pensieri negativi mi sottraggono l’energia, mi fanno vedere la giornata attraverso degli occhiali scuri. Se ci osserviamo attentamente, scopriamo che viviamo costantemente di alcune frasi che ci ripetiamo o che, in determinate situazioni, ci passano autenticamente per la testa... Non è privo di importanza quali frasi ci ripetiamo.
Alcune ci bloccano, ci tengono prigionieri del cattivo umore, dell’autocommiserazione e della rabbia. Altre ci donano forza, coraggio, slancio interiore, disponibilità ad affrontare situazioni difficili. Di solito è una frase della Bibbia quella che i monaci hanno pronta per antidoto... Ognuno di noi dovrebbe esaminare la Bibbia alla ricerca di simili parole di salvezza...”
Grun afferma che chi vuole operare dei sei cambiamenti nella propria vita deve avere il coraggio di andare alla radice dei propri pensieri, dei propri stati d’animo. Come già facevano gli antichi padri del deserto: è alla loro sapienza che attinge per la sua terapia dei pensieri. Quella dei monaci non è una tecnica magica a buon mercato. Loro non si fermano a ripetere parole, agiscono in base a quelle parole. Ci scommettono con audacia, fiduciosi. Perché le nostre parole, i nostri pensieri sono la nostra vita o sono la nostra malattia. Occorre far nascere in noi pensieri che ci risanino, che ci aprano a Dio e ci conducano alla nostra autentica natura. E il nostro quotidiano si illuminerà e si aprirà a nuove prospettive, finalmente positive.
Un altro suggerimento sta nella splendida intuizione di santa Teresa d’Avila che, rivolgendosi alle altre suore, aveva detto: “Sorelle ricordatevi, Dio va fra le pentole, in cucina!” Dio non è lontano. Il nostro è un Dio che ci dice: Io sono. Io sono qui. Io sono qui con te. Io ti abito. Io sono qui per te. Io sono qui per te. Ti custodisco come pupilla degli occhi. Ti prendo per mano. Non temere. Non lasciarti cadere le braccia. Cammina, io ti porto. Non lasciarti schiacciare dal fardello del passato e del presente, dalla paura del futuro. Vivi il presente e sentilo come il luogo della mia presenza e il luogo della tua libertà.
“Non temere perché io sono con te; non smarrirti perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto: Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico ‘Non temere!’ Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Tu sei prezioso ai miei occhi”. (Isaia cap. 41 e 43).
“Non temere!... nella Bibbia questa espressione è presente 365 volte... una per ogni giorno dell’anno! E il nostro quotidiano si illuminerà perché abitato e sorretto dalla presenza di Dio e del suo Spirito.
Quando c’è un dolore, quando c’è una festa, le nostre porte si aprono alla condivisione, senza timore, nel desiderio di un abbraccio, di una stretta di mano, di un sorriso, di un aiuto... Che meraviglia se le nostre case, la nostra vita fosse così anche nella normalità del quotidiano! La vita è così bella quando è tessuta da mani che si stringono, da mani strette le une nelle altre. Già nella prime pagine della Bibbia stava scritto il sogno di Dio su di noi: “Non è bene che l’uomo dia solo”. Un sogno che può essere reso reale percorrendo la strada per diventare uomini adulti così descritta da Erik Erikson: “Esiste un solo tipo di uomo, veramente adulto: è la persona che ha cura di sé, dell’altro e dell’ambiente, in una parola: l’uomo solidale”.
Nasciamo, rinasciamo ogni volta che ci prendiamo cura dell’altro, che amiamo e ci lasciamo amare dall’altro. Perché se è vero che nessuno è così legato come chi ama, è altrettanto vero che nessuno è così libero e felice come chi ama. Ogni giorno dovremmo chiederci: Per chi sono tutti i nostri passi e gli affanni di questa giornata? Per chi vivo? Si può vivere solo per qualcuno. Ad ogni passo, oggi, ripeti il suo nome. E ripeti il nome di Dio, Padre, il nome che contiene tutti gli altri nomi. Avrai una giornata più “leggera”.

don Mauro

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Il ritorno di CeneVentola!

Visto il successo ottenuto dalla compagnia parrocchiale dei MicAttori, sabato prossimo verrà riproposto lo spettacolo “CeneVentola”, che ha divertito grandi e piccini🪄
Ancora una volta vi invitiamo a prendere parte a questa bella iniziativa, così da trascorrere una bella serata in compagnia e aiutare l’Oratorio di Madonna in Campagna.

❗️Novità sulla modalità di prenotazione❗️
Per acquistare il biglietto per questo spettacolo (e anche per i prossimi😉), si dovrà utilizzare il sito di WebTic

https://www.webtic.it/#/shopping?action=loadLocal&localId=5790

oppure passare direttamente in teatro… vi aspettiamo!

💻Per ulteriori informazioni sullo spettacolo o sulla stagione teatrale 2023/2024, e per maggiori dettagli sul Teatro, consulta il nostro sito

https://www.mariareginadellafamiglia.it/teatronuovo/

Condividete questo post tra i vostri contatti,
vi aspettiamo numerosi✨

AVVISI - 21 GENNAIO 2024

STORIA DI UNO SPECCHIO

In questi giorni ho riletto una storia. Una storia vera. Narra di una mostra fotografica realizzata da Margherita Lazzati dal titolo “Fotografie in carcere” e che fu esposta al Museo Diocesano di Milano nel Gennaio 2020. Le foto, scattate nel carcere di massima sicurezza di Opera, ritraevano diversi volti oscurati per mancanza della liberatoria da parte dei protagonisti. Uno di loro in particolare – così racconta la fotografia – con un tono quasi di scusa le aveva detto: “Signora. Mi dispiace, ma non posso darle il permesso. Forse lei non sa, ma in carcere non si possono tenere specchi se non quelli piccolini da campeggio. Io sono qui dentro da tanto, tanto tempo e non mi guardo in uno specchio da non mi ricordo nemmeno più quanto. Non so più che  faccia ho, signora: io non so se quello che lei mi sta facendo vedere sono davvero io”. Qualcuno ha commentato così: “A noi non c’è nessuno che vieti di tenere in casa uno specchio a grandezza naturale. Forse è che non ci vogliamo più passare davanti e fermarci a guardare ciò che siamo diventati”.

Mi sono detto: quale specchio migliore delle pagine evangeliche che abbiamo noi per cogliere chi siamo e chi vogliamo essere come persone e come cristiani? Quelle pagine non sono solo una finestra aperta sul passato, non ci consegnano solo uno sguardo all’indietro, ma sono uno specchio che ci regala uno sguardo sul nostro presente, che ci permette di vedere e guardare al nostro volto e, di più, al nostro cuore. Occorre che ognuno di noi si specchi nel Vangelo, nel volto di Gesù! Bisogna tornare a quelle pagine, amarle, pregarle, mettersi alla loro scuola, lasciare che ci scalfiscano, ci convertano e ci diano forza e speranza... Sta scritto: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”. (Lettera di Paolo ai Filippesi 2,5)... questo è essere cristiani: cercare di vivere con lo stesso cuore, lo stesso sguardo di Gesù. Uno sguardo che splende, sorprende e commuove in queste righe preziose tratte dal Vangelo di Luca: “Stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: ‘Donna sei liberata dalla tua malattia’. Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio”. (13,10-13).

Sono profondamente grato alla pastora Lidia Maggi che così commenta queste righe:
“Qui ci troviamo all’interno di uno spazio sacro dove entriamo in contatto con una donna invisibile, piegata, silente. Una donna piegata da tanto tempo: diciotto anni! E questa donna abita questo spazio sacro così: zitta e piegata. Assistiamo ad una guarigione ma a differenza di altre non è la donna a chiederla. Di solito le persone cercano di avvicinare Gesù, di vederlo, toccarlo, attirare la sua attenzione perché le guarisca: questa donna invece, non pensa che la sua situazione possa essere diversa, cambiata. E’ rassegnata. Non è nemmeno in grado di verbalizzare il desiderio di una realtà diversa ed arriva ad un tale livello di accettazione della propria condizione che ritiene impossibile un cambiamento. Il futuro appare piegato e non riesce ad intravvedere qualcosa di diverso. Questa donna non chiede niente. Ma la bella notizia è che Gesù la vede! Di solito siamo abituati a un Gesù che pressato dalle richieste, concede i suoi segni di senso, i suoi segni del regno. Ma qui la donna non chiede niente e Gesù la vede così com’è, come una persona che non è in grado di vedere una realtà diversa da quella che vede guardando a terra, a livello dei suoi piedi; una donna che non è in grado di relazionare pariteticamente con la realtà intorno, con l gente che le passa accanto. Gesù la vede. Il testo ci dice che, dopo averla vista, la chiama a sé  e poi, all’interno di questo spazio sacro. Le impone le mani. Facendo ciò le dice: Donna tu sei liberata! E’ così che Gesù intende la guarigione: una liberazione. ‘Tu sei liberata dalla tua infermità’”.

È Così bello poter immaginare che sia stato Gesù a chinarsi verso di lei per poterla vederla negli occhi, per dirle tutto il suo affetto per poi rialzarla, guarendola. È come se quella donna avesse potuto finalmente guardarsi in uno specchio e ritrovarsi completamente diversa, liberata, sciolta. Per questo non poteva più tacere e il suo corpo risollevato poteva danzare.

Spesso capita anche a noi... anche alla nostra comunità pastorale... di essere “curvati verso il basso” per tante situazioni, paure, mancanza di speranza, delusioni, indifferenza,  disimpegno... Gesù il Maestro ci guarda, ci chiama, ci rialza e ci libera. Dovremmo fermarci e lasciarci guardare, dovremmo fermarci per sentire la sua voce che pronuncia il nostro nome.

Spero che capiti così a ognuno di noi !

don Mauro

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AVVISI - 14 GENNAIO 2024

QUANDO IL CIELO SPOSA LA TERRA

“Noi pastori eravamo abituati a guardare la notte, a guardare quando il giorno sarebbe iniziato. Ma quella notte iniziò il giorno che anche voi aspettate. Voi uomini, solo uomini come noi, guardate dunque la notte in cui siamo, la notte in cui siete, perché sappiate qual è il segno visibile con cui è iniziato il giorno senza fine. Perché la gloria di Dio oggi dorme visibile in una mangiatoia. Non abbiate paura, ci disse, non temete, non temetela sete del cuore, non temete se le cose, le vostre cose, non vi bastano mai. Non temete la nostalgia di ciò che vi manca, non temete la voglia di essere felici, non temete il grido del cuore che aspetta l’impossibile, non temete di voler cambiare. Mentre le stelle cambiano il corso il pianto di questo bambino sale al cielo, più potente del vostro male. Piegate le ginocchia e le vostre buone intenzioni dove il suo sorriso stupisce la terra che vede l’invisibile. Lasciate che il cuore batta forte perché quando il cielo sposa la terra l’uomo può ricominciare”.           (T.S.Eliot).
Così si può rivivere ogni giorno il senso del Natale: far entrare Dio nella nostra vita, nel nostro quotidiano, nella certezza che: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10,10).
Credete a queste parole, ripetetele, pregatele durante questo anno nuovo di zecca. Credete a queste parole, ripetetele, pregatele quando tutto andrà a meraviglia, quando un nuovo amore nascerà, quando una nuova gioia vi raggiungerà o quando tutto sembrerà andare in frantumi, quando la vita mostrerà il suo volto più duro  e difficilmente sopportabile. Queste parole dicono il volto e il cuore del nostro Dio fatto uomo, dicono il suo sogno su di noi: che ciascuno sia felice. Queste parole sono scritte in maniera indelebile nel più profondo di noi stessi, per questo noi siamo cercatori instancabili di felicità. Ogni nostro atto, ogni nostra scelta, ogni nostro passo – forse anche nella direzione sbagliata – afferma con forza questo desiderio, il desiderio di felicità. Queste parole segnino l’inizio di ogni nuovo giorno.

Non so cosa capiterà nel prossimo anno... una cosa però so: se lasceremo entrare Dio nella nostra vita, Lui ci terrà sempre per mano. Nelle ore benedette e felici e in quelle più dura che ci appariranno maledette.

“A me piace che la liturgia ambrosiana cominci con il Benedictus. La prima cosa che il credente nella comunità cristiana è invitato a dire, quando inizia il giorno e loda il Signore, è il Benedictus. C’è una intuizione stupenda in questo cantico: Dio è presentato come Colui che visita il popolo. Allora l’oggi del cristiano non è l’oggi determinato semplicemente dalle forze che l’uomo ha, dai progetti, dalle speranze, o dalle disperazioni che caratterizzano la vita di ogni giorno. L’oggi è l’oggi visitato da Dio, dalla forza di Dio, dalla presenza di Dio. Il popolo cristiano si sente visitato da Dio e in Dio trova la forza per fare cose che all’ uomo sono impossibili”. (don Luigi Serenthà, Il Regno di Dio è qui).

Il fisico Carlo Rovelli ha raccontato di una sua esperienza vissuta in Senegal: “Sono entrato in una moschea con le scarpe in mano, cosa che non si può assolutamente fare. Ma è arrivato un vecchio che sorridendo ha preso le mie scarpe, le ha messe in un sacchetto, me le ha restituite e mi ha fatto cenno di entrare. Mi ha colpito che quell’uomo mi abbia accolto, preferendo la gentilezza alle regole. Se si collaborasse, invece che limitarsi alle regole, tutto andrebbe meglio”.

Ci guardiamo intorno e spesso vediamo vincere la violenza, l’aggressività. La ruvidezza... Quando la barbarie e la violenza diventano la normalità, la tenerezza e la gentilezza sono gesti rivoluzionari! La persona gentile cammina con passo leggero, ascolta con attenzione, guarda con tenerezza, tocca con rispetto, sa intravedere il mistero che è l’altro, il mistero che sta racchiuso nell’altro. Rivestiamoci di gentilezza e tenerezza! Credo davvero che abbiamo tutti  un bisogno estremo di gentilezza, di mitezza, di tenerezza... non sono affatto segni di debolezza! La nostra gentilezza e la nostra tenerezza sono un segno della presenza di Dio tra noi.

Capita così quando il cielo sposa la terra.

don Mauro

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AVVISI - 7 GENNAIO 2024

UNA NUOVA CREAZIONE

Oggi celebriamo la festa del Battesimo del Signore. La liturgia ci chiama a conoscere più pienamente Gesù del quale, da poco, abbiamo celebrato la nascita ; e per questo il Vangelo (cfr Lc 3,15-16.21-22) illustra due elementi importanti: il rapporto di Gesù con la gente e il rapporto di Gesù con il Padre.

Nel racconto del battesimo, conferito da Giovanni il Battista a Gesù nelle acque del Giordano, vediamo anzitutto il ruolo del popolo. Gesù è in mezzo al popolo. Esso non è solamente uno sfondo della scena, ma è una componente essenziale dell’evento. Prima di immergersi nell’acqua, Gesù si “immerge” nella folla, si unisce ad essa assumendo pienamente la condizione umana, condividendo tutto, eccetto il peccato. Nella sua santità divina, piena di grazia e di misericordia, il Figlio di Dio si è fatto carne proprio per prendere su di sé e togliere il peccato del mondo: prendere le nostre miserie, la nostra condizione umana. Perciò anche quella di oggi è una epifania, perché andando a farsi battezzare da Giovanni, in mezzo alla gente penitente del suo popolo, Gesù manifesta la logica e il senso della sua missione.

Unendosi al popolo che chiede a Giovanni il Battesimo di conversione, Gesù ne condivide anche il desiderio profondo di rinnovamento interiore. E lo Spirito Santo che discende sopra di Lui “in forma corporea, come una colomba” è il segno che con Gesù inizia un mondo nuovo, una “nuova creazione” di cui fanno parte tutti coloro che accolgono Cristo nella loro vita. Anche a ciascuno di noi, che siamo rinati con Cristo nel Battesimo, sono rivolte le parole del Padre: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Questo amore del Padre, che abbiamo ricevuto tutti noi nel giorno del nostro Battesimo, è una fiamma che è stata accesa nel nostro cuore, e richiede di essere alimentata mediante la preghiera e la carità.

Il secondo elemento sottolineato dall’evangelista Luca è che, dopo l’immersione nel popolo e nelle acque del Giordano, Gesù si “immerge” nella preghiera, cioè nella comunione col Padre. Il battesimo è l’inizio della vita pubblica di Gesù, della sua missione nel mondo come inviato del Padre per manifestare la sua bontà e il suo amore per gli uomini. Tale missione è compiuta in comune e perfetta unione col Padre e  con lo Spirito Santo. Anche la missione della Chiesa e quella di ognuno di noi, per essere fedele e fruttuosa, è chiamata ad “innestarsi” su quella di Gesù. Si tratta di rigenerare continuamente nella preghiera l’evangelizzazione e l’apostolato, per rendere una chiara testimonianza cristiana  non secondo i progetti umani, ma secondo il piano e lo stile di Dio.

Ecco l’impegno del cristiano: vivere in coerenza con questa dignità di figli dell’Altissimo. E lì si radica la missione del cristiano. Divenuto adulto egli diventa responsabile dei suoi fratelli. Non si può essere cristiani solo per sé. Il Battesimo, che viene poi perfezionato dalla Cresima, ci partecipa l’investitura messianica di Cristo. Ogni cristiano dunque un apostolo: qualcuno cioè che collabora con Dio per salvare i fratelli; che grida agli altri la sua fede, prima con la testimonianza silenziosa della vita, e poi con la parola. Come sarebbe presto cristiano il nostro ambiente se ogni battezzato avesse questa carica missionaria.

La festa di oggi ci impegna dunque a riscoprire con gioia il significato del nostro battesimo, alla luce di quello di Cristo: come dono d’amore del Padre che ci genera alla sua vita divina  come impegno che fa di ogni credente un responsabile di suo fratello. Le parole ipocrite di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello” non dovrebbero mai sfiorare le labbra di un credente.

La festa del Battesimo del Signore sia occasione propizia per rinnovare con gratitudine e convinzioni le promesse del nostro Battesimo, impegnandoci a vivere quotidianamente in coerenza con esso. È molto importante anche, conoscere la data del nostro Battesimo e  poi non dimenticarla: che sia una data custodita nel cuore per festeggiarla ogni anno.

don Mauro

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AVVISI - 31 DICEMBRE 2023

IL CAPOVOLGIMENTO DEL NATALE

Un Dio che si fa uomo, che si fa bambino. Questo è l’evento che da venti secoli continua stupirci, a commuoverci, a “inquietarci”. Può sembrare una fiaba o una pazzia o una splendida verità. In tutto questo sta la fatica e la gioia del credere: perché il nostro Dio non ha sbandierato tutta la sua potenza, ma ha scelto, dalla culla alla croce, la strada della debolezza, del “nascondimento”, del sussurro di una brezza leggera, di una “sottile voce di silenzio”, come narra la Bibbia. È la strategia del “capovolgimento” delle attese dell’uomo. Un’immagine diversa del Natale: Maria che legge e studia la Torah, Giuseppe che coccola suo figlio e l’asino che quasi si mangia l’aureola di Giuseppe ... tutto al contrario di ciò che siamo abituati a vedere... Per “vedere” Dio abbiamo bisogno di uno sguardo capovolto, non dobbiamo alzare gli occhi al cielo, ma abbassarli. Se vogliamo intuire, dire qualcosa del Dio in cui crediamo, dobbiamo guardare a questo “Dio ad altezza di bambino”, a un uomo, a Gesù di Nazareth.
“Dio per parlare di sé si fece uomo. Un discorso su Dio è un discorso su un uomo. La parola si è fatta carne. Nostro fratello. Uno di noi. Nacque, visse, morì... Quell’uomo, Gesù di Nazareth. È la risposta di Dio alla domanda ‘Chi sei?’ E ci risponde raccontandoci i suoi desideri. Dio è amore. E il suo sogno d’amore ce lo racconta. Lo mette vivo, in mezzo a noi. Gesù di Nazareth è il desiderio di Dio. ‘Che cosa vuoi fare da grande?’ Così parliamo ai bambini. Se, senza mancare di rispetto, potessimo porre una simile domanda a Dio, lui ci direbbe: ‘Non lo sapete ancora? Non ve l’ho già raccontato? L’ho raccontato, ma voi non ci avete fatto caso. Si è creduto che fosse uno scherzo. Ma sì, voglio essere Gesù di Nazareth. Sono Gesù di Nazareth. Sono un uomo ordinario. Sono tutti gli uomini ordinari. Soprattutto quelli che soffrono, i deboli, gli abbandonati... La terra deve ancora diventare il luogo del riso e del gioco... È questo che voglio, questo è il mio desiderio”. (Ruben Alves, il Canto della vita)
E il sogno più bello del nostro Dio è quello di far sbocciare, di far fiorire l’umano che è in noi, l’infinito che è in noi, la speranza che è in noi, la forza di amare che è in noi, che abitano già come semi dentro di noi. E se Natale è una piccola e bellissima oasi di maggiore umanità, l’urgente compito a cui siamo chiamati è di allargare ogni giorno questa oasi, con la ricerca di una maggiore giustizia e con tutta la nostra tenerezza. Il sentiero da percorrere è quello di diventare più umani, lo stesso sentiero che ha percorso il nostro Dio. Ci è chiesto di essere audaci tessitori di una speranza che sa attraversare lo spessore dell’oscurità che sta avvolgendo tantissime persone. Ci è chiesto di essere costruttori di legami e costruttori di gioia. Perché un cristiano non può restare impassibile, indifferente davanti alla sofferenza di tanti: il Natale non ce lo permette.
Di fronte ai nostri presepi, al presepe che troveremo in Chiesa, nella Messa di mezzanotte, una Messa sempre cercata e sorprendente, una Messa che amo, lasciamo che qualche lacrima scorra: vorrà dire che abbiamo intuito che il Vangelo è possibile, che possiamo cambiare il nostro cuore, che possiamo ricominciare, che possiamo essere sempre più umani, che siamo sempre attesi dall’abbraccio di Dio... Di fronte al presepe, al Dio Bambino, inginocchiamoci...
Inginocchiarsi e guardare da vicino le persone, la vita, la natura, inginocchiandosi con tenerezza, generosità, fantasia, passione, senza giudizi, senza chiusure, senza alzare muri è l’unico modo per ritrovare un po’ di umanità... Vuoi amare tuo figlio? Inginocchiati e guardalo da vicino. Vuoi amare Dio? Inginocchiati e guardalo da vicino. Vuoi amare la vita? Inginocchiati... E sarà Natale.

don Mauro

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AVVISI - 24 /25 DICEMBRE 2023

AUGURI PER UN S. NATALE

Voglio proporvi quale augurio natalizio di quest’anno questa preghiera di S. Giovanni Paolo II:
“Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli!
Accarezza il malato e l’anziano!
Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace!
Invita i popoli, misericordioso Gesù, ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione, dall’ignoranza e dall’indifferenza, dalla discriminazione e dall’intolleranza.
Sei Tu, Divino Bambino di Betlemme, che ci salvi liberandoci dal peccato.
Sei Tu il vero e unico Salvatore, che l’umanità spesso cerca a tentoni.
Dio della Pace, dono di pace all’intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia.
Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia!  Amen.”

Svegliarsi e andare incontro al Signore; camminare con i pastori verso Betlemme per dare il nostro contributo a cambiare la storia dell’umanità: sia questo l’invito che raggiunga ogni uomo in ogni angolo della terra.
Buon Natale!

don Mauro

" Vieni Gesù, la terra in pianto geme."
- Abbiamo bisogno di te , Gesù. Il nostro orgoglio ci imbroglia, ci rende infelici e paurosi del futuro.
- Abbiamo bisogno di te Gesù. Rinnova il nostro cuore, rendici capaci di amare come te.
- Abbiamo bisogno di te, Gesù per essere costruttori di pace.
-  Abbiamo bisogno di te, Gesù per accogliere l'altro cambiando noi stessi.
- Abbiamo bisogno di te, Gesù. Nasci in noi per farci veramente figli di Dio in te e tuoi fratelli. Così possiamo vivere in anticipo la vita di Cielo come il Padre desidera per tutta l'umanità.
Con questa preghiera auguro a tutta la comunità e a ciascuno personalmente BUON NATALE.

don Marco Milani

“Homo homini lupus”, ogni uomo è un lupo per gli altri. Oggi si tende a guardare l’altro come un nemico, un rivale, un concorrente…
E’ Natale, con la sua incarnazione, il Figlio stesso di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ogni uomo è oggetto della pietà di Dio. Se Dio si è fatto uomo, questo uomo è l’oggetto supremo dell’amore. Non c’è niente di più concreto di questo, perché cambia l’oggi, cambia lo sguardo mio a te. Ogni uomo è il volto di Dio. Se ci lasciamo amare da Dio diventiamo capaci di amare ogni uomo. Solo questo cambia il mondo.
Una comunità fatta di persone che accolgono Gesù e dicono di Sì a Lui, sono il suo corpo nel mondo che realizza l’unità vera che tutti desiderano.
Buon Natale.

don Marco Valera

«E’ nato un bambino! La nascita è sempre fonte di speranza, è vita che sboccia, è promessa di futuro. E questo Bambino, Gesù, è “nato per noi”: un noi senza confini, senza privilegi né esclusioni. Il Bambino che la Vergine Maria ha dato alla luce a Betlemme è nato per tutti: è il “figlio” che Dio ha dato all’intera famiglia umana.» (Papa Francesco) Sia questo l’augurio per ciascuno di noi: possa il Signore Gesù che nasce portare la speranza, la pace e la consolazione di cui abbiamo bisogno. Non siamo mai soli perché Dio si è fatto a noi vicino. Buon Natale!

suor Lucia, suor Morena e suor Floriana

"Non c'è spiegazione umana all'Amore con cui Dio ci ha amato:
solo accettando questo Amore, tutto si spiega.
Nelle fragilità e nella tenerezza di un Bimbo,
l'Eterno rinnova la richiesta di essere con noi.
Apriamo le nostre braccia, il nostro cuore, il nostro tutto a Lui
ed Egli, accogliendoci così come siamo,
rinnoverà la gioia e lo stupore del vero Natale.
Buon Natale!

diacono Andrea

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AVVISI - 17 DICEMBRE 2023

NATALE È BELLO COME UN SOGNO

Molti secoli fa, in una cittadina sperduta della Giudea, in un luogo ai più sconosciuto, una madre stupita e un padre disorientato, hanno tenuto tra le braccia Dio... Il Natale cristiano racconta un fatto “incredibile”: non solo c’è un Dio, ma questo Dio si è fatto uomo, in un bambino, in Gesù di Nazareth.
Il Natale cristiano racconta questo evento che da venti secoli continua a stupire, a commuovere, a “inquietare” e illuminare la nostra libertà, continua a catturare, sollecitare, sovvertire le intuizioni del cuore e della ragione.
“Quando si chiede al cristiano “Chi è Dio? Come ci si avvicina a Lui?” il cristiano, a differenza di tutti gli esseri della terra non indicherà anzitutto il cielo, ma questo Bambino. Il suo dito oserà indicare la Terra. Dovrà provocare un soprassalto. Gioioso certo, ma anche sconvolgente, se avrà il coraggio di portare fino in fondo il suo annuncio”. (don Pierangelo Sequeri)
Guardare a questo Bambino: solo così è Natale! E risentire dette per noi, per noi oggi, le parole evangeliche: "Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella Città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Luca 2,10-12).
Parole che così ha commentato il Card. Jean-Marie Lustinger: “Queste parole sono per Voi! Ascoltatele! Non riteniate di conoscerne già il significato; fate invece silenzio davanti al Dio che tace, e accettate che Egli vi dica qualcosa di mai udito prima d’ora. Chiudete gli occhi per vedere una luce diversa. Accettate che essa vi riveli ciò che non avete mai visto. Forse voi pensate di conoscere già il segreto di questa notte; ebbene, ammettete di non sapere ancora nulla di quanto può aver luogo per voi, poiché la vostra vita vi sta sempre davanti... e Dio è la vita. È Lui che giunge fino a voi; vi raggiunge. Riconoscerete la grazia di essere amati, perché l’amore si manifesta a noi e pone la sua dimora in mezzo a noi. Solleverete di nuovo il capo, perché la vostra vita riceverà in pienezza il suo senso, nel segreto del vostro cuore e della vostra libertà”. È proprio quello che provo a ogni Natale e vi auguro di provare; inaudita sorpresa... Perché Natale è come l’amore: è eterna e sempre nuova sorpresa... e incanto e speranza e forza e luce... È ciò di cui abbiamo più bisogno per vivere, per essere felici.
Natale è una infinita sorpresa perché si porta dentro tutto il mistero e lo “scandalo” di un Dio che si fa uomo mortale, che sceglie di rivelarsi non in modo roboante e solenne, quasi accecante, ma sotto il segno della debolezza  e della fragilità. Natale è una infinita sorpresa perché si porta dentro tutto il mistero di un uomo chiamato a dignità divina, chiamato a eternità, sollevato su ali d’aquila.
Dio e l’uomo da sempre e per sempre intrecciati in una ineguagliabile storia d’amore. Come ci narra questo splendido e illuminante racconto di Tolstoj: “ Un sovrano severo chiese ai suoi sacerdoti e sapienti di mostrargli Dio affinchè egli potesse vederlo. I sapienti non furono in grado di appagare questo suo desiderio. Allora un pastore, che stava giusto tornando dai campi, si offrì di assumere il compito dei sacerdoti e dei sapienti. Il re apprese da lui che i suoi occhi non erano sufficienti per vedere Dio. Allora, però, egli volle almeno sapere che cosa Dio faceva. ‘ Per poter rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al sovrano- dobbiamo scambiare i vestiti’. Con esitazione, spinto tuttavia dalla curiosità  per l’informazione attesa, il sovrano acconsentì; consegnò i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire dal semplice abito dell’uomo povero. Ed ecco allora arrivare la risposta: ‘Questo è ciò che Dio fa’”.
Questo è quello che fa Dio per noi, per l’uomo do oggi e di sempre: ha sposato la nostra umanità, la nostra mortalità, la nostra fragilità, la nostra debolezza  e le ha “rivestite” della sua divinità. Dio ha cercato e cerca da sempre di risvegliare in noi una “parentela” indispensabile, irresistibile. Con Lui e fra noi. Dio è nella nostra carne. La carne della nostra umanità è la carne di Dio. Per questo tutto ciò che ferisce l’umanità ferisce la carne e i  cuore di Dio. Per questo tutto ciò che fa gioire dal profondo e in pienezza l’umanità fa gioire Dio.
Nel volto di ogni uomo è impresso il volto di Dio... dovremmo vivere l’uno per l’altro, essere volto rivolto all’altro. Volti rivolti, come ci suggerisce mons. Tonino Bello. E come ci suggerisce Emmanuel Lèvinas: “L’altro è un volto da scoprire, contemplare, accarezzare”.  Nel volto dell’altro c’è il volto di Dio. Per questo possiamo cantare con sant’Efrem: “Il giorno della tua nascita, o Signore, è un tesoro destinato a soddisfare il debito comune”, il debito dell’amore. A Natale possiamo cantare lo splendore del dono e della gratuità di Dio, della gratuità cui siamo chiamati.
E’ proprio per questo che il Natale è bello come un sogno. Perché ci dice che i sogni sono possibili. Il Natale è bello come un sogno perché sa tirar fuori il meglio di noi stessi. Di più, libera il divino, la bellezza  che è in noi, la nostra straordinaria capacità di amare, di continuare a sperare, di volere il bene per tutti. Adoro un canto che si sente risuonare a volte in Chiesa: “Tu quando verrai, Signore Gesù, quel giorno sarai un sole per noi. Un libero canto da noi nascerà e come una danza il cielo sarà”.
Il Messia è già venuto, ci attende per un abbraccio con Lui e fra noi e allora “come una danza la terra sarà”.

don Mauro

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A NATALE REGALA TEATRO!!

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