NATALE DONO D’AMORE

L’odio tra gli uomini, purtroppo, è un fatto di sempre. Il libro della Genesi, a partire dal tipico esempio di Caino e Abele, ne registra la presenza devastatrice fin dalla prima generazione umana. Ieri gli orrori di Auschwitz, poi il dramma del Kosovo, del Ruanda, dell’Iraq, della Libia e della Siria, del Venezuela, di Hamas nella striscia di Gaza… nel clima concitato di insidiosi sondaggi dai quali risulta che molti italiani vorrebbero che i profughi non fossero accolti e che gli immigrati fossero espulsi. Siamo quasi in clima di guerra, condizionati da una cultura della “emergenza” che detta forme di chiusura e di
rifiuto per il “diverso”. La tristezza, poi, cresce, quando sentiamo espressioni come queste, magari sul piazzale della chiesa, all’uscita della Messa domenicale: “Io non provo odio per nessuno! Io non sono razzista… ma immigrati e zingari, quelli li dovrebbero cacciar via. Disturbano, scippano, uccidono, vengono a rubarci il lavoro…”. Chi pronuncia queste parole, è chiaro che si è lasciato corrodere dalla paura del diverso, dall’antipatia, dall’aggressività, dall’opposizione, dall’intolleranza. Non è ancora un odio diretto, ma è quella forma più sottile di avversione, che ci mette subito nell’atteggiamento di chi deve difendersi da un nemico. Vedi quello che ha fatto e detto papa Francesco a Lampedusa! Ma cos’è che fa scatenare un sentimento così velenoso e distruttore? Perché anche nelle nostre comunità, in cui insieme si spezza il Pane della Parola e dell’Eucaristia, si creano mentalità di “scarto”? Perché proprio nelle parrocchie si creano fazioni e divisioni che ci mettono, con sospetto, l’uno contro l’altro, animati da un esasperato spirito di parte, così che il parroco viene lasciato solo, il consiglio pastorale criticato, le catechiste “snobbate”, le iniziative diocesane boicottate? Quali meccanismi scattano in queste situazioni? Come si fa a incontrarsi senza scontrarsi? Eppure crescere nell’armonia delle differenze, si può! La storia di Giuseppe (Genesi 37,18-36) venduto dai fratelli aiuta a capire questo nostro cuore così complesso, ma anche a vincere la paura, a trovare il coraggio di aprirci al confronto che arricchisce, guarendo da questa malattia dell’anima, che via via impoverisce le nostre energie psichiche e spirituali fino a spingerci verso abissi di male e di morte. Ecco il punto su cui dobbiamo lavorare. Impegnarci con cuore grande, sia nelle famiglie che nelle comunità: accogliere come dono di Dio la diversità dell’altro e credere nell’uguaglianza che scaturisce da una dignità comune: la figliolanza divina. Tutti figli dell’unico Padre che è
nei cieli. E mi piacerebbe terminare affidandovi questo interrogativo: “Che consigli daresti al tuo parroco, perché la tua parrocchia e il tuo gruppo possano diventare sempre più una comunità che vive davvero in comunione, coinvolgendo tutti nell’armonia rispettosa delle differenze?”. Non è forse questo che dobbiamo chiedere a Gesù, nel Santo Natale?

don Mauro

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