ORATORIO E IMPEGNO EDUCATIVO

In questo mese riprende in pieno tutta l’attività pastorale. Penso con particolare affetto alle centinaia e centinaia di ragazzi che ritornano a scuola e che riprendono la frequenza all’Oratorio. In fondo anche l’Oratorio è una scuola popolare di educazione alla fede cristiana e di esperienza di comunità cristiana. Ecco che cosa deve comportare secondo me, questa ripresa: l’assunzione di precise responsabilità, a breve e a lungo termine, nei confronti dei bambini e dei ragazzi. All’inizio di un anno oratoriano, ricco di paure, incertezze, ma anche di entusiasmi e promesse, mi sono andato a rileggere una lettera scritta dal Card. Carlo Martini allora Arcivescovo di Milano: “Lettera ad un educatore che si sente fallito” di un’attualità straordinaria. Forse dal titolo sembrerebbe un testo da leggere alla sera del tempo delle attività, io la credo invece ideale per il tempo dell’inizio, perché ci dice quale orizzonte dobbiamo abitare noi Educatori, tutti gli educatori: genitori, catechisti, allenatori, aiuto-catechisti, Animatori dei giochi, volontari del doposcuola, preti, suore e anche tutti coloro che credono nell’oratorio, anch’essi sono educatori, a casa, sulla strada, nella piazza, dovunque. Amici educatori, camminiamo insieme al Signore senza stanchezze né delusioni, perché anche noi possiamo partecipare alla Sua azione: “Il Seminatore uscì a seminare…”. “Caro/a… (…) conosco l’amarezza che si prova, dopo aver cercato di donarti con onestà e generosità per la crescita di quelli che Dio ti ha affidato (nonostante e attraverso i tuoi limiti), ti sembra che tutto (o quasi) sia stato inutile, perché essi se ne sono andati per la loro strada, a volte anche compiendo scelte che ti hanno fatto molto soffrire e che ancora – ti sembra – fanno soffrire il cuore del Padre. Arrivi a pensare che hai sbagliato tu e che – avendo agito in buona fede – continuerai probabilmente a sbagliare con altri. Ti viene allora la tentazione di fermarti, di rinunciare, di credere che il compito educativo non è per te. Ho pensato a quello che deve aver provato Gesù davanti al tradimento di Giuda e al rinnegamento di Pietro: non ti nascondo che l’idea del “fallimento educativo” di Dio mi ha come salvato il cuore, riempiendolo di una certa indicibile pace. (…) Mi è venuto in mente il dialogo tra Gesù e Pietro sulle rive del lago di Tiberiade (Gv,21): in quel momento l’itinerario educativo portato avanti dal Signore nei confronti dei suoi era ad una svolta decisiva. Il ricordo la nostalgia e anche la tristezza delle cose passate potevano paralizzare i suoi, o aprirli a un nuovo sorprendente inizio. E’ allora che Gesù mi sembra operare un salto che consente di fatto a Pietro e agli altri di cominciare non soltanto “di nuovo” ma in “modo nuovo”. Rivolgendosi a Simone Gesù gli chiede: “Mi ami tu più di costoro?”
Richiesta esorbitante perché Gesù utilizza il verbo che indica l’amore totale, esclusivo, incondizionato. Pietro no osa rispondere con lo stesso verbo (forse lo avrebbe fatto prima di conoscere l’amara esperienza del fallimento!): risponde semplicemente e poveramente “ti voglio bene”. Nella seconda domanda Gesù insiste con la richiesta dell’amore totale: e Pietro insiste nella seconda risposta con l’offerta del suo povero, umile amore. Alla terza domanda e risposta non è Pietro che cambia il verbo: è
Gesù. “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”; e Pietro – sebbene “addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?” (che fosse cioè Gesù a dover cambiare il verbo dell’amore) – gli risponde: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti voglio bene”. Si potrebbe quasi dire che non è Pietro a convertirsi a Gesù, ma è Gesù che si “converte” a Pietro, si adatta al suo linguaggio e alle sue possibilità. E’ questa “conversione di Dio” che mi colpisce profondamente: anche perché è a partire da essa che Gesù pronuncia l’imperativo nel quale sbocca tutto l’itinerario educativo con cui aveva formato il suo apostolo: “Seguimi!”. Il significato che colgo penso possa aiutare molto te e me: Gesù ha integrato il fallimento di Simone e, in fondo, il suo personale “fallimento educativo” perché ha molto amato: e il suo amore è così totale da essere libero da ogni pretesa, da non imporre all’altro un’esigenza avvertita dall’altro come impossibile, da piegarsi sulla debolezza e povertà del suo discepolo per dargli nuovamente la speranza di amare, la fiducia di poter ancora dare tutto, fino alla fine. Così dal fallimento è cominciata la storia nuova della santità di Pietro, spinta fino al martirio, quando egli dirà, non più con le parole, ma con il gesto della vita donata e col silenzio eloquente della morte, la parola dell’amore esclusivo e totale per il suo Signore. Non assolutizzando il fallimento, non drammatizzandolo fino a negare la speranza Gesù ha saputo inglobarlo in un cammino di amore più grande, modificando forse ai nostri occhi un progetto educativo, perché non si fermasse l’itinerario educativo dell’imparare ad amare sino alla fine…” Se sappiamo tenere gli occhi fissi sul Signore e sul suo amore per noi sapremo avvertire nel cuore quella spinta d’amore che, senza paura di fallire, sa condurci ad amare i nostri fratelli più piccoli anche quando il seme posto nel terreno non trova l’accoglienza sperata e precedentemente programmata.

don Mauro

20181007_avvisi

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