crocefissione-giottoV domenica dopo il Martirio di S. Giovanni Precursore Anno A

 L’affermazione del Card. Scola con la quale ci siamo lasciati nello scritto di domenica 21 settembre, affermazione che può apparire ovvia, in realtà va continuamente ripresa.

Diventare cristiani non è imparare un insegnamento o una dottrina e neppure impegnarsi a vivere secondo determinate scelte etiche e morali. Tutto questo viene “dopo”. Prima ci sta l’incontro diretto e personale con Gesù di Nazareth, riconosciuto come Vivente e presente oggi nella sua Chiesa.

Il cristianesimo – scriveva Romano Guardini – non è una teoria della verità o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino, cioè da una personalità storica”. E aggiungeva: “Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della grazia,  a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua apparente autonomia e di mettersi sotto la signoria di una persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva”.

Ho l’impressione che, in generale, abbiamo perso un po’ tutti questa idea e abbiamo ridotto il cristianesimo a una fede da professare o a un insegnamento da vivere dimenticando la persona da incontrare; Gesù Cristo.

Introdurre i ragazzi – ma anche gli adulti – alla vita cristiana, e farvi rimanere chi già vi è inserito, implica tutto questo.

Risulta quindi strano che in molte occasioni ordinarie della vita – penso alla richiesta del Battesimo per i propri figli da parte dei genitori, o alla domanda di Matrimonio che ancora molti giovani rivolgono alla Chiesa, o alla preghiera di accompagnamento dei propri cari nel momento della morte – la persona di Gesù abbia ben poco rilievo e ci si concentri, invece, sulla richiesta di un sacramento o di una benedizione.

Per questo motivo è importante sottolineare quanto scrive l’Arcivescovo nella sua nota: “La proposta educativa consiste dunque nell’offrire un incontro effettivo con Gesù, per imparare a seguirlo. L’incontro con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva, come dice l’incomparabile ‘inizio’ della Deus caritas est di Benedetto XVI, tanto spesso citato da Papa Francesco”.

Da cristiani, e come singoli credenti, nella specifica vocazione che ci è stata affidata, siamo chiamati a verificare che in tutto ciò che facciamo si manifesta con evidenza il nostro desiderio di condurre a Cristo e di favorire l’incontro con la persona.

Tutto questo, ovviamente, va fatto non individualmente, ma all’interno della comunità e in comunione con tutti i fratelli e le sorelle che credono in Gesù e che vivono la sua sequela.

Non è a caso, la nota dell’Arcivescovo si conclude con la riproposta della primitiva comunità cristiana, così come viene descritta nel cap. 2 degli Atti degli Apostoli (Atti 2,42-48).

È questo l’augurio che ci scambiamo all’inizio di un nuovo anno pastorale: che ciascuno di noi, vivendo la propria fede in una forte esperienza di comunione, possa favorire l’azione dello Spirito Santo e attrarre alla bellezza della vita cristiana tutti coloro che sono alla ricerca di un senso e di un significato per la propria vita.

Solo così potremo vincere la tentazione dell’individualismo e della chiusura in noi stessi che tanto spesso abita in noi.

don Mauro

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