lagotiberiadeIII di PASQUA

La Pasqua è la Festa della contentezza cristiana, cioè della gioia. La gioia non è dimenticanza del dolore ma è gioia dentro il dolore. Non è l’esperienza che segue la fine di un dolore: questa piuttosto può dirsi sollievo, fine di un male, come quando ti sei tolto un sasso dalla scarpa o un dente irrecuperabilmente cariato.

Il mondo laico esalta Socrate nel momento in cui viene mandato a morire: è pieno di gioia perché sente di essere giusto, di non aver accettato compromessi. Non odia nemmeno chi lo condanna; usa gli ultimi momenti per ammaestrarlo. Noi cristiani siamo certi della superiorità del Maestro del Calvario rispetto al maestro di Atene.

Gesù è nella gioia anche durante le ore dolorose della passione: la gioia di perdonare, di condividere la sete dell’umanità, di abbandonarsi nelle braccia del Padre, che apparentemente lo ha abbandonato.

Ai piedi della croce l’Addolorata era nel silenzio e nel pianto; lacrime amare di dolore. Ma a Pasqua ci sono dolci lacrime di consolazione e commozione. Maria esperimenta una sensazione di significato, di pienezza di significato, ha la verifica che la vita e l’insegnamento del suo Figlio non sono stati sprecati da un processo ingiusto e da una condanna atroce.

La gioia di Maria è completa, perché la gioia vera non può essere che così: non è mai piccola e non può mai essere più grande. Una gioia diffusa, partecipata perfino a chi è stato nemico; una pace senza nemici.

La Vergine Maria non conserva rancori verso i Giudei che hanno maltrattato suo Figlio e verso gli Apostoli che lo hanno tradito e abbandonato.

Gli Apostoli si trovano ancora per quaranta giorni con il loro Maestro, nel Cenacolo, sulla strada di Emmaus, al lago di Tiberiade, sul monte dell’Ascensione. E’ bello per loro trovarsi “dopo” quelle giornate sconvolgenti di smarrimento e stare insieme per quaranta giorni con Uno che ormai è più di là che di qua, perché appartiene già ad un mondo diverso dalla valle delle lacrime.

Trovarsi con persone amiche è sempre un’esperienza gratificante, ma trovarsi col cielo è una gioia straordinaria: è godere “già” parzialmente in anticipo ciò che si godrà totalmente “dopo”.

Mi torna sempre più cara e incoraggiante l’espressione del catechismo imparata a memoria da fanciullo: “Dio ci ha creati per conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita e poi goderLo nell’altra in Paradiso”.

I giorni dopo la Pasqua dovevano essere per gli Apostoli un “godere” quel Signore che avevano “conosciuto” e “amato” nei tre anni precedenti.

A Pasqua Noi cristiani riceviamo gioia perché ci immergiamo nei misteri divini come una goccia che si immerge nell’oceano. Ricevendo gioia da Dio sentiamo gioia in noi e amplifichiamo la gioia donandola agli altri. Un cristiano gioioso sa che può fare tante cose utili che fanno stare bene gli altri: un sorriso ad un bambino e un complimento alla sua mamma, una visita ad un vecchio per toglierlo dalla solitudine, un consiglio dato con umiltà a una persona incerta, un gesto di amicizia ad un povero; gli sembra di esistere, mentre prima gli pareva di essere trasparente perché nessuno lo vedeva.

Le notizie che circolano nei telegiornali, sui giornali e nelle conversazioni quotidiane sono purtroppo quasi sempre tristi. A noi il compito di far correre nella società soltanto le buone notizie, come irradiazione della Buona Notizia per eccellenza, che è la morte e risurrezione del Signore.

Ricordo con tanto piacere perché mi era piaciuta immensamente l’intervista di Enzo Biagi al Cardinal Martini nel giorno del suo settantacinquesimo compleanno. “in ventidue anni trascorsi a Milano l’Arcivescovo ha cercato di seminare soprattutto gioia e speranza”.

E noi … cosa stiamo seminando?!?

don Mauro

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